Femminicidio. Prevenirlo per combatterlo

Lo chiedono Alessandra Iacullo, Denise Morello, Ilaria Leone
e molte altre che quest’anno hanno subito la più odiosa delle violenze.

I dati. Dal 2001 al 2012 si contano 2061 vittime, 127 solo nel 2012 e 27 nel 2013, per ora. Il femminicidio è la causa principale di morte tra le donne tra i 16 e i 44 anni. Ancora più allarmante è il fatto che una donna su tre sia vittima di lesioni prolungate nel tempo all’interno dell’ambiente
domestico. Il 70% delle vittime aveva già denunciato il proprio aguzzino. Appelli evidentemente inascoltati. Emerge un curioso paradosso: in Italia la percentuale maggiore di omicidi legati alle differenze di genere si registra al nord, in Veneto ed in Emilia Romagna soprattutto, e a subirne le conseguenze sono mogli, madri, figlie, compagne che hanno un buon grado di istruzione e una
certa indipendenza economica. Fa riflettere dunque come le violenze si consumino proprio nei confronti di donne emancipate e che godono, apparentemente, di maggiore libertà e autodeterminazione. L’ira scatta, dunque, nel momento in cui la donna non rispecchia agli occhi di chi le è vicino quel modello di donna e madre tradizionale, affibbiatole dalla società.

Di cosa si tratta. Femminicidio è un neologismo coniato dalla criminologa statunitense Diana Russell nel ’92 per dare visibilità al fenomeno. Indica l’omicidio a danno una donna ‘in quanto donna’, ovvero legato alla sua identità di genere. Nella definizione si pone l’accento sulla reiterazione delle violenze subite, fisiche o psicologiche che siano. Di femmicidio invece si parla in criminologia per indicare un fenomeno prima erroneamente classificato come violenza sessuale.

Si può prevenire. Interessante contributo sul tema è stato l’incontro presso la Casa Internazionale Delle Donne lo scorso 17 maggio. In quella sede, l’argomento è stato trattato principalmente in ottica psicoanalitica, tracciando quei meccanismi insiti nell’uomo che portano alla violenza. Senza scadere in tecnicismi, un breve percorso può essere pianificato partendo dal
fatto che la maternità della donna e la sua capacità di generare la vita desti una sorta di insicurezza primordiale nell’uomo. Come afferma Manuela Fraire, psicoanalista della Società Psicoanalisti Italiani, <<il femminicidio è il risultato di un attaccamento alla famiglia che non esiste più ed è il potere della donna la cosa più temuta, la procreazione e la paura di autosufficienza in se causano il danno>>. Partendo da queste basi analitiche si può aprire la strada al provvedimento più urgente: la prevenzione. Se, come emerge dai dati, un’importante percentuale di vittime aveva già denunciato i propri carnefici, perché nessuno ha fatto niente? Dove sono le istituzioni? Manca una legge di prevenzione, manca una norma che dica chiaramente che chi ha avuto atteggiamenti violenti sia allontanato dal nucleo familiare. Che senso ha denunciare il proprio marito se quando si torna a casa lui è lì ad aspettare e pronto a colpire? Manca inoltre una politica di informazione adeguata che parta dal basso, dalla formazione scolastica, momento in cui si plasmano gli atteggiamenti delle future vittime e di coloro propensi alla violenza. In questo senso molto è
stato fatto dai centri di recupero, anche loro però sono colpiti dalla crisi e a rischio chiusura per mancanza di fondi. Un bell’esempio è rappresentato dal gruppo di lavoro ‘Più scuola meno mafia’ per volontà del sottosegretario Marco Rossidioria, che in accordo con il MIUR sta creando degli osservatori (per ora a Milano e Caserta) riutilizzando i beni confiscati alle mafie. Si sa, i fondi
sono pochi ma gli interventi dovranno essere mirati e urgenti. Migliorare la legge e promuovere la comunicazione nelle scuole e nei luoghi a rischio.
Partiamo da qui e fermiamo la paura.

di Maria Chiara Pierbattista

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Maria Chiara Pierbattista

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