Come si curano -male- gli italiani

Secondo l‘AIFA, Agenzia Italiana del Farmaco, gli italiani acquistano troppi farmaci, soprattutto troppi antibiotici, spesso seguono terapie fai-da-te e molte volte interrompono l’assunzione del farmaco, senza seguire le terapie prescritte con costanza. Sono in particolare le donne ad assumere più farmaci, soprattutto tra i 15 e i 64 anni d’età. Secondo quanto riportato dal Rapporto “Osmed“, nel 2013 ogni italiano ha consumato in media 1,7 dosi di farmaci al giorno e, il 70,4% di questi farmaci, è stato erogato a carico del Servizio Sanitario Nazionale. I farmaci maggiormente consumati sono quelli per il sistema cardiovascolare, a seguire i medicinali per l’apparto gastrointestinale e metabolismo, i farmaci del sangue ed organi emopoietici, del sistema nervoso centrale e dell’apparato respiratorio. Dal Rapporto emerge, inoltre, l’aumento del costo della spesa farmaceutica, sia da parte delle strutture sanitarie pubbliche che da parte dei privati: nel 2013, in totale, la spesa farmaceutica pubblica é stata pari a 26,1 miliardi di euro, il 2,3% in più rispetto al 2012.

 

Nonostante il loro utilizzo in Italia sia ancora limitato, dai dati si nota una maggiore assunzione, rispetto al passato, dei farmaci equivalenti e biosimilari, con effetti positivi, per i consumatori, sulla spesa. I farmaci equivalenti o “generici” hanno la stessa composizione e lo stesso principio attivo dei farmaci con brand, e possono essere commercializzati solo dopo che siano scaduti brevetto e Certificato Complementare di Protezione del farmaco originatore. Dato che questi farmaci non devono sostenere economicamente anni di ricerche e studi ma, copiare un farmaco già esistente, il prezzo dell’equivalente è inferiore di almeno il 20% rispetto all’originatore. Perché allora gli italiani non fanno uso abituale di farmaci generici? Quali sono i limiti di questi mediciali? «La richiesta da parte del cliente/paziente non c’è nella maggior parte dei casi e questo è dovuto alla cattiva pubblicità che in passato è stata fatta ed anche alla convinzione di alcuni medici specialisti», afferma il farmacista Dott. Umberto Pompili. «Dal mio punto di vista ho alcuni dubbi rispetto alle troppe case farmaceutiche generiche e al range troppo flessibile che la legge consente quando si parla di bioequivalenza – continua il Dott. Pompili – Per mettere in commercio un farmaco bisogna rispettare un certo range di bioequivalenza, il quale dal mio punto di vista è troppo ampio ed è proprio questo che causa le differenze di farmacocinetica che in molti casi si riscontrano. Mi trovo comunque ogni giorno davanti alla famosa domanda: “vuole il generico o l’originale?”, consigliando il generico in molti casi tranne per quei farmaci di tipo cardiovascolare dove non mi permetto di contraddire lo specialista cardiologo. La causa di tutto questo, come si nota, evidentemente è di tipo economico. Il farmaco, però, non è commercio ma salute.»

@DeCanistra

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