Come animali in gabbia

Le carceri piene, infatti, non sono una conseguenza tanto dell’aumento di criminalità, quanto di una scarsa attenzione e valutazione delle pene da parte del nostro sistema. A tal proposito, il dossier sottolinea come circa 1 detenuto su 3, il 27% del totale, si trova in carcere con una pena inferiore ai tre anni. Il 64% dei detenuti con sentenza definitiva, circa 2.459 persone, sono dietro le sbarre per una condanna inferiore a un anno, per reati quindi di scarsa rilevanza penale. Per non parlare della custodia cautelare, ovvero la detenzione precedente a una condanna definitiva, che riguarda il 37,4% dei detenuti, la bellezza di 29.923 persone. Quanti sono invece i condannati con pene superiori ai 10 anni? Appena il 10% del totale.
Numeri che sconcertano ed evidenziano con chiarezza che “le carceri esplodono per lo scarso uso delle misure alternative e per l’elevato ricorso alla custodia cautelare”. Insomma, le direzioni delle strutture carcerarie e la magistratura di sorveglianza non sembrano nemmeno contemplare misure alternative al carcere. Riguardo quest’ultime, dal rapporto Antigone emerge che 832 detenuti sono in semilibertà , mentre quelli in affidamento di prova al servizio sociale superano appena le 10mila unità, delle quali meno di un terzo per motivi legati alla tossicodipendenza. Si trovano in detenzione domiciliare circa 10.189 detenuti, i condannati in libertà vigilata sono 3.003, 558 quelli che svolgono lavoro all’estero, 4.159 quelli a cui è concessa la partecipazione a lavori di pubblica utilità per aver violato il Codice della strada.

Lo ‘sfrenato’ ricorso all’incarcerazione sembra tra l’altro essere anche poco efficace. Dei 66.028 detenuti presenti in carcere al 30 giugno 2013, infatti, solo 28.341 erano alla prima carcerazione, appena il 42,9%. Il restante 57% è tornato in carcere dopo un precedente “soggiorno”. Per Antigone “il carcere è una macchina costosa che alimenta se stessa, crea la propria domanda, indifferente al proprio fallimento”. Sono anni che l’associazione prova a denunciare come sul tasso di recidiva incida la condizione inumana delle carceri, in cui meno di 3mila detenuti sono coinvolti nella formazione professionale. Galere in cui solo 18 persone si sono laureate mentre scontavano la pena, troppo poche e troppo poco valorizzate. Qual è dunque lo scopo della pena, rieducare o semplicemente punire? Reinserire un condannato nella società o escluderlo del tutto? Ad oggi non sembrano poi così lontane le parole di Filippo Turati, quando scriveva che “le carceri italiane rappresentano l’esplicazione della vendetta sociale nella forma più atroce che si abbia mai avuta”.

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francesca ferroni

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