Cerroni e gli uomini dei rifiuti

Le accuse per Cerroni e gli altri uomini sono di associazione a delinquere finalizzata al traffico illecito di rifiuti e truffa in pubbliche forniture. L’indagine iniziata nel 2009, aveva già portato a una richiesta d’arresto dell’avvocato e delle altre sei persone depositata dalla procura di Roma il 21 marzo del 2013. Il carteggio che veniva custodito nell’ufficio del gip Massimo Battistini fu però rubato costringendo i pm Alberto Galanti, Maria Cristina Palaia e Simona Maisto a risollecitare, con nuovo provvedimento, le misure cautelari presso il domicilio. Detto “il Supremo” dai suoi uomini di fiducia, Cerroni ha creato dai rifiuti un impero dal quale ricava più di un miliardo di euro l’anno, un impero capace di restare in piedi grazie all’aiuto e al ricatto di persone rilevanti negli ambienti dirigenziali della Regione Lazio, utili a firmare atti ed autorizzazioni come Bruno Landi, braccio destro di Cerroni, due volte presidente della Regione (1983-1985, 1989-1990), amministratore delegato delle società Latinambiente, Viterboambiente e Ecoambiente e quest’ultima gestisce la discarica di Latina attualmente sotto inchiesta per reati ambientali. «Era sottinteso che vi era un’unità d’intenti tra la parte politica e quella imprenditoriale», scrive il gip Massimo Battistini. Tra gli arresti anche due attuali dirigenti della Regione: Raniero De Filippis, direttore del settore “Infrastrutture, ambiente e politiche abitative”, precedentemente a capo del settore rifiuti e Luca Fegatelli, presidente dell’ABECOL (Agenzia regionale per i beni confiscati alla mafia), fino al 2010 a capo della Direzione regionale “Energia e rifiuti”.

 

Sono 21 in totale gli indagati dell’inchiesta, tra questi un altro nome noto alla Regione Lazio: Piero Marrazzo. L’ex presidente regionale (2005-2009) è accusato di abuso di ufficio e falso ideologico; sembra infatti che emanò un’ordinanza il 22 ottobre 2008, nonostante non fosse più commissario dell’emergenza rifiuti, che permetteva alla società COEMA di Cerroni di realizzare un termovalorizzatore ad Albano Laziale. Marrazzo ha però negato al pm ogni rapporto con l’imprenditore: «Non ho mai pranzato né cenato con Cerroni». Dopo cinque anni di indagini, il “sistema Cerroni” sembra essere stato fermato ma continuano gli interrogatori e le indagini per scoprire chi altro fa parte della redditizia tela del “Supremo”.

 

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