Cariche a Torino: caos nelle vie della movida

Alla maggior parte delle persone non capita mai nella vita di assistere a una carica della polizia in assetto antisommossa. Figuriamoci trovarcisi in mezzo. Alla maggior parte delle persone, invece, può essere capitato di trovarsi seduta ai tavolini di un bar a prendere un aperitivo. Magari in compagnia del coniuge o dei figli, degli amici o dei fidanzati, con i colleghi di lavoro dopo una giornataccia o da soli a godersi un momento di relax. Ecco, immaginate di mischiare le due cose. Siete a bere la vostra roba nei bicchieri di plastica (particolare non irrilevante) e venite caricati. È quanto accaduto nella notte tra il 20 e il 21 luglio a Torino, Piazza Santa Giulia.

 

La piazza è luogo abituale di ritrovo serale. Ciò che qualcuno definisce “movida” altro non è che locali affacciati su una piazza dove giovani e non si ritrovano per svagarsi. Non c’è bisogno di descriverla, la situazione sembra normale, no? Invece di normale non c’è niente in questa storia che va raccontata dall’inizio. L’incipit è il 3 giugno scorso, la finale di Champions League e il panico di Piazza San Carlo. Un’ordinanza mancante, inadeguatezza dell’organizzazione, gestione delibera anti alcooldella piazza insensata e quella del caos e post-caos ancora peggio. Ovviamente nessuno dei diretti interessati (Comune, Questura e Prefettura) ha la ben che minima intenzione di addossarsi la colpa o parte di questa. Cercano in tutti i modi di giustificarsi e di trovare un capro espiatorio. In un primo momento additano gli ultras ma la ricostruzione non regge. Pensano allora d’incolpare un ragazzo ubriaco e senza maglietta che però cercava di calmare le persone. Poi il lampo di genio. Si viene a sapere che la maggior parte delle ferite era stata provocata dai vetri per terra. I colpevoli di tutto diventano i venditori ambulanti: in nero, stranieri e abusivi, i colpevoli perfetti. Peccato che è assolutamente evidente quanto il problema sia stato completamente un altro. Ma va beh, tocca salvare la faccia e l’Appendino promulga in fretta e furia una delibera anti alcool che vieta la distribuzione di alcoolici in vetro dopo le ore 20:00.

 

Arriviamo quindi agli ultimi giorni, i primi dalla nuova delibera anti alcool. La tensione in città è alta. I commercianti vedono gli affari in serio rischio, i clienti devono bere prosecco in plastica, i ragazzi devono spendere molto di più del solito se vogliono stare a godersi la serata. Nonostante ciò la delibera anti alcool viene rispettata dai locali (per forza di cose) e le persone continuano a frequentare le vie della città. Ma c’è un altro protagonista della storia che dalla tragedia di Piazza San Carlo è uscito malissimo: la questura. Per far rispettare la delibera anti alcool vengono impiegati addirittura gli uomini della celere. Scudi, caschi e manganelli per controllare che la birra sia in plastica.

 

Quando, la notte del 20 luglio, le camionette della polizia hanno bloccato le vie di fuga della piazza, la gente ha reagito alla provocazione. In particolare i ragazzi universitari, qualche militante del vicino centro sociale Askatasuna e diversi clienti dei locali hanno alzato cori e lanciato insulti ai poliziotti. Qualcuno ha aperto una bottiglia di birra e l’ha bevuta davanti ai celerini. Dalle testimonianze raccolte non risultano esserci stati lanci di oggetti, provocazioni fisiche o qualcosa ordinanza anti alcoolche potesse far pensare ad un rischio per l’incolumità degli agenti o dei cittadini. Finché a qualcuno non si è otturata la vena sotto il casco: sarà stato il caldo! La carica della polizia parte e travolge ogni cosa. Vengono da prima caricati i manifestanti per disperderli. Quando i celerini si rendono conto di non avere di fronte un corteo ma che in realtà è l’intera piazza che li sta invitando ad andarsene, vedono rosso e caricano tutto. Volano sedie e tavolini dei locali. I bicchieri legali, perché serviti nella proprietà del locale, rotti per terra alla faccia della delibera anti alcool (non vi preoccupate è sempre colpa del bibitaro abusivo). Teste sanguinanti, gente terrorizzata. Ragazzi e ragazze che lavorano in quei locali, magari per pagarsi l’affitto o le prossime vacanze, vengono presi a bastonate mentre mettono in salvo i clienti, i bambini o semplicemente gli oggetti di proprietà dei locali.

 

Questa è la soluzione che hanno trovato. Che hanno trovato il sindaco, il questore e il prefetto: reprimere ogni forma di dissenso. Anche quel superficiale bisogno di godersi una serata in pace, con una birra in mano a chiacchierare con un amico o provarci con una ragazza. Ci tolgono anche questo piuttosto che ammettere un proprio errore. Noi siamo i precari che possono essere licenziati per qualsiasi cosa. Noi siamo gli universitari che devono macinare esami perché la propria università possa macinare soldi. Noi siamo i gestori di locali che annaspano per offrire qualcosa che le nostre città non vogliono più dare ai cittadini. Loro sono quelli che se sbagliano hanno sempre qualcuno a cui dare la colpa o su cui sfogare la propria incompetenza come fanno tutti gli inetti fin dalla notte dei tempi: loro menano.

P.S. Ovviamente, il giorno dopo, c’era ancora più gente del solito per l’aperitivo.

 

 

Twitter: @g_gezzi

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Giulio Gezzi

Laureato in Storia e memoria delle culture europee presso l'Università di Macerata. Da sempre interessato alla politica e alla storia contemporanea almeno tanto quanto alle serie tv, al cinema e al calcio. La ricerca dell'autonomia è quello che mi ha guidato fin'ora.