Burqa si, burqa no: ora tocca all’Italia

Innanzitutto alcune doverose precisazioni. Il burqa è l’abito color azzurro pastello, indossato prevalentemente dalle donne afgane, che copre il corpo femminile integralmente, a parte una retina davanti agli occhi. Il niqab è il velo nero indossato dalle islamiche che lascia invece scoperti solo gli occhi. Chi lo indossa in genere porta anche i guanti perché nessuna parte del corpo può essere visibile. Come risaputo, questi abiti sono il segno dell’appartenenza religiosa di chi li indossa ma, il Corano non menziona precisamente il vestiario. Queste, come altre misure, fanno parte di quelle interpretazioni dei testi sacri seguite nelle più restrittiva e letterale delle interpretazioni. Tutto bene, o quasi, fino a quando le donne non oltrepassano i confini del loro Stato di appartenenza. Qui entrano in gioco componenti che vanno al di là delle tradizioni e dei precetti. Prima tra tutte la questione della pubblica sicurezza, utilizzata più volte nei dibattiti recenti come ovvio presupposto per introdurre il divieto. Altre componenti da analizzare però spaziano dalla libertà individuale di poter indossare qualsivoglia abito per preservare la propria cultura di appartenenza, seppur lontani dalla madrepatria, seppur anormali per chi si è battuto al contrario per indossare la minigonna, alle radici democratiche di cui tutti ci nutriamo. La domanda più sensata sarebbe: ma loro come si sentono? Diverse e isolate rispetto ad un’Europa che veste le proprie donne come vuole, oppure fiere di rappresentare anche al di fuori l’integrità islamica?

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Fatto sta che in Italia un riferimento legislativo preciso manca ed ora, dopo la sentenza della Corte Europea dei Diritti umani, ci troviamo a dover prendere una posizione chiara una volta per tutte. La legge del 22 maggio 1975, n° 152, detta anche Legge Reale-Mancino sul tema dell’ordine pubblico stabilisce il divieto per “l’uso di caschi protettivi, o di qualunque altro mezzo atto a rendere difficoltoso il riconoscimento della persona, in luogo pubblico o aperto al pubblico, senza giustificato motivo”. Evidentemente negli anni ’70 ancora i legislatori non si ponevano il problema del velo integrale islamico, cosa che invece l’Italia ora è chiamata a fare. Un tentativo per modificare la norma è stato fatto nel 2009 con il Ddl 2422, poi arenatosi nei meandri della camere alte per il convulso alternarsi di governi e di altre incombenze su cui legiferare. Francia, Germania e Belgio ci hanno preceduto da tempo stabilendo di fatto stabilito il divieto. Paese che vai regole che trovi ed ora anche in Italia attendiamo finalmente un chiaro segnale, gradito o no, a cui le donne possano far riferimento.

@MariaChiarPier

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Maria Chiara Pierbattista

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