#Boicottabarilla: le scuse del patron Guido e le polemiche omofobe

 Le polemiche sul caso Barilla, sono scoppiate in seguito alle dichiarazioni rilasciate dal patron dell’azienda a ‘La Zanzara’. Ad una domanda sull’ipotesi di mettere in scena felici famigliole omosessuali negli spot pubblicitari, tuona un <<Non faremo pubblicità con omosessuali, perché a noi piace la famiglia tradizionale. Se i gay non sono d’accordo, possono sempre mangiare la pasta di un’altra marca>> e aggiunge <<Tutti sono liberi di fare ciò che vogliono purché non infastidiscano gli altri>> Una sentenza, che male si coniuga con il rispetto e la libertà d’espressione ostentati al momento delle scuse.

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Le reazioni sono arrivate a suon di comunicati stampa, tweet e spot pubblicitari creati ad hoc. Perchè, come la campanella a scuola fa correre i bimbi tra i banchi, così al pronunciamento di Barilla, gli uffici pubblicitari di molte altre multinazionali di settore si sono messi in moto per mostrare alla platea la loro lotta preconfezionata all’omofobia. Così la Garofalo azzarda lo slogan ‘Non importa se ti piacciono le farfalle o i maccheroni. Amali e basta’ ma anche la Buitoni ci tiene a chiarire che ‘A casa Buitoni c’è posto per tutti’. E’ l’Althea però, marchio produttore di sughi, a salire in cattedra con una pubblicità ‘Dove c’è Althea, c’è famiglia’ accompagnata da una foto che ritrae un tenero bacio tra due ragazzi. Se gli hashtag come #boicottabarilla, lanciato su twitter da Aurelio Mancuso presidente dell’Associazione Equality Italia, non avevano già chiarito il concetto, ci ha pensato la concorrenza a dare alla Barilla lezioni di rispetto, tolleranza e giustizia. Ancor di più gli ha insegnato a fare un uso cosciente e soprattutto conveniente della libertà d’espressione, più volte citata e abusata in difesa delle dichiarazioni sotto accusa. Forse è proprio qui che il meccanismo si è inceppato, nella convinzione di poter parlare ed esprimere qualunque pensiero nascondendosi dietro il velo della libertà di parola, mai come in questo caso rivelatasi un’arma a doppio taglio. Una libertà che ha ferito, come si è visto, anche chi grazie alla comunicazione di massa ha costruito il suo business mondiale. L’amarezza resta, per l’ennesima occasione sprecata di costruire un dibattito intelligente e produttivo in merito a materie delicate, l’omofobia e i diritti omosessuali, che ancora attendono una chiara ed equa legislazione. Certo è che lo stereotipo della famiglia italiana del 2013 male si rispecchia nel quadretto dipinto sugli schermi, in cui l’armonia, la ricchezza e la tranquillità regnano sovrane. Ed ora, è altrettanto certo che ‘Nel mulino che vorrei’ non c’è un posto per i gay.

di Maria Chiara Pierbattista

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