Liberarsi della propria “fedina psichiatrica”

Ci sono storie che sembrano non concludersi neanche dopo il cosiddetto “happy end”.
Sono vicende in cui qualcuno cerca di fare un passo indietro, di mettere in dubbio le conquiste e la serenità acquisita. Ma, quando si parla di bambini e di famiglie, questo è un errore che è inammissibile commettere.

Parliamo della storia di un bambino che già era stato oggetto di una sentenza storica da parte del Tribunale di Bolzano (http://www.cronacasociale.it/wp/il-tribunale-di-bolzano-garantisce-il-diritto-allapprendimento-di-un-bambino/).

Il Minore era stato oggetto di una diagnosi che lo aveva ricompreso all’interno dell’ambito di tutela previsto dalla L. 104 (Legge-quadro per l’assistenza, l’integrazione sociale e i diritti delle persone portatrici di handicap) ma tale condizione, semmai necessaria e corretta in primo luogo, era stata superata grazie al percorso di uscita dal Sostegno condotto dalla Prof.ssa Vincenza Palmieri insieme alla sua equipe che prevedeva un altro tipo di progetto sul bambino. Tali attività svolte presso il Dipartimento di Didattica Efficace dell’Inpef, a più riprese ed in full immersion, avevano consentito una piena padronanza delle competenze scolastiche.

Il Tribunale, al tempo, aveva infatti stabilito con una sentenza ‘storica’: “.. il padre è tenuto a fornire la necessaria cooperazione alla scuola affinché il bambino possa beneficiare delle misure che, in particolare, sono state raccomandate dalla Dr.ssa Palmieri”.

Il percorso aveva funzionato talmente bene che nella relazione dei Servizi Sociali del 28 maggio 2015 si affermava che il ragazzo si fosse integrato, che il suo rendimento scolastico fosse migliorato e che non ci fosse più necessità di seguire un programma differente per nessuna materia, dati i risultati conseguiti, superiori alla media.

Mesi fa, con l’accordo della mamma – i genitori sono separati – il padre aveva dovuto trasferire la propria azienda in Carinzia.
Ottenuta la residenza in Austria, avvisati i Servizi Sociali e il Tribunale italiano del trasferimento, il bambino aveva iniziato la nuova scuola in un clima di serenità.

E’ a questo punto che è accaduto un evento del tutto imprevisto: nonostante il Tribunale competente per il Minore fosse quello di residenza del Minore stesso (quello Austriaco, allo stato attuale, dunque), il Tribunale Italiano, privo di alcuna motivazione e senza alcun sentore di contrasti in famiglia, ha deciso di fissare un’udienza, convocando il bambino ed i genitori.

Sia il padre che il minore si sono rifiutati di presenziare, rivendicando la propria libertà di trasferimento e la necessità di tutelarsi da inutili accertamenti invasivi; ed il Tribunale, comprendendo la mancanza di pregiudizi per il ragazzo e riconoscendo la propria incompetenza territoriale, ha preferito non trasferire la pratica ai Servizi Sociali austriaci e chiudere la questione.

Non si può non ravvisare, però, quanto sia difficile – per un Minore come per un adulto – liberarsi della propria “fedina psichiatrica” che spesso condiziona a vita il destino della persona.

Il papà del ragazzo, seppur felice dell’esito positivo della questione, ha infatti manifestato l’intenzione di agire legalmente sia contro il direttore della scuola elementare frequentata in passato dal figlio, sia contro il reparto di neuropsichiatria infantile che aveva assegnato una diagnosi inutile, falsa e dannosa al figlio. “La volontà” – dichiara il padre – “non è soltanto quella di restituire una ‘fedina psichiatrica’ pulita a mio figlio, ma anche quella di impedire che altri bambini e altre famiglie debbano subire inutili sofferenze”.

“Si assiste, in questo come in altri casi affini, ad un vero e proprio ‘accanimento psichiatrico giuridico’ – commenta la Prof.ssa Vincenza Palmieri. Si insiste, così, a tenere in piedi un potere forte, forse il più forte.
Molte persone sono finite negli OPG e nelle carceri, molte famiglie sono state disgregate, in virtù di tale principio, a causa di una “fedina psichiatrica” segnata.

Proprio una settimana fa, ho sentito proporre in un Tribunale per i Minori, da un Giudice che aveva avuto in carico un ragazzino fino a poco prima, che l’unica soluzione per lui – 15 anni – poteva essere solo un TSO; un bambino scosso dall’impossibilità di vedere i propri affetti congiunti, che quel giudice stesso aveva voluto in casa famiglia per anni, abusato ed in rotta con educatori e adulti poco credibili. Per lui l’unica soluzione era un TSO!

A fronte di questo sistema violento, comprendiamo come ciò che è accaduto a questo ragazzo rappresenti un tassello di un disegno in cui si cerca di perpetrare un sistema.

Ne abbiamo scritto nel libro “I Malamente” (Armando Editore): la carriera da deviante viene costruita e reiterata confluendo infine in una fedina psichiatrica dura da scardinare.

Ed è la storia di ragazzi fragili che – quando hanno la fortuna di avere un papà così, si salvano. Spesso le famiglie sono esse stesse fragili, magari semplicemente meno consapevoli e finiscono anche loro nell’ingranaggio, ad ingrassare le Comunità di tipo psichiatrico, le Case Famiglia ad alto contenimento e i corridoi degli SPDC.

Il lavoro da fare continua ad essere sempre tanto, come tante sono le vittorie. Quello che sta per concludersi è stato un anno di impegno oltre ogni misura, ma i ragazzi salvati sono stati in numero decisamente superiore rispetto al passato: sentenze storiche ci hanno accompagnato e nuove sinergie sono state attivate.
Non possiamo che continuare”.

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Valeria Biotti