LA LEGGE BIAGI: LA NON DISCRIMINAZIONE IN RELAZIONE AL REQUISITO ANAGRAFICO

Ad avviso della Corte di Appello di Milano, la disparità di trattamento dei lavoratori basata solo sul requisito dell’età se non è ragionevolmente giustificata da un legittimo obiettivo di favorire il loro inserimento nel mercato del lavoro risulta essere discriminatoria.

Invero, con la sentenza n. 406/14 resa dalla Corte meneghina è stata affrontata la vicenda inerente un lavoratore con un’età inferiore a 24 anni, assunto inizialmente con contratto a chiamata a tempo determinato (poi convertito a tempo indeterminato) e sulla base del requisito anagrafico, così come consentito dalla c.d. Legge Biagi (L. n. 276/03).
Non appena compiuti i 25 anni, il lavoratore vedeva recapitarsi una lettera di licenziamento, a norma del dettato normativo appena richiamato.

Il lavoratore, dunque, decideva di impugnare il licenziamento comminatogli, adducendo motivi discriminatori della condotta aziendale, poiché in palese contrasto con quanto statuito dall’art. 6 della direttiva CE2000/78, nonché all’art. 3 del D.lgs. 216/03 attuativo della predetta direttiva, secondo cui la disparità di trattamento collegata all’età deve essere giustificata da una finalità legittima.
Secondo la Corte di Appello, che ha espressamente richiamato la predetta direttiva, è essenziale distinguere tra: disparità di trattamento giustificata da obiettivi legittimi di politica occupazionale, mercato del lavoro e formazione professionale e le discriminazioni, che devono esser invece vietate ed è compito del giudice nazionale garantire la corretta applicazione dei principi appena richiamati.La non discriminazione in base all’età, va dunque considerato quale principio generale del diritto europeo. L’attuale articolo 34 della Legge Biagi, non opera alcun riferimento a qualsivoglia ragione di politica del lavoro che giustificherebbe l’applicazione di un contratto più pregiudizievole rispetto ad un ordinario contratto a tempo indeterminato.

Pertanto secondo la Corte, la discriminazione che si determina rispetto a coloro che hanno superato i 25 anni non trova alcuna ragionevole motivazione.
Ritenuto, dunque, il carattere discriminatorio del predetto articolo deve ritenersi illegittimo il comportamento tenuto dal datore di lavoro. L’azienda è stata di conseguenza condannata a riammettere in servizio il lavoratore a tempo indeterminato, oltre alla corresponsione delle somme maturate a titolo di retribuzione dalla data di cessazione del rapporto di lavoro sino all’effettiva reintegra.

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Avv. Oreste Carracino

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