Una fuga verso la libertà a Lampedusa

Disagio per le ingenti perdite di vite umane, corpi e resti da mesi inghiottiti e trascinati dalle buie acque del nostro mare magnum, il Mediterraneo ora è culla di anime desolate ed è forte l’indignazione e lo sconforto dei famigliari delle vittime, giunti per onorare i propri cari e commemorarli. Desolazione per il lavoro e la fatica costante che le operazioni di ritrovamento dei corpi e di organizzazione logistica per il ripristino di condizioni minime di sopravvivenza nelle strutture, richiedono in una situazione già precaria e, dopo gli sconvolgimenti degli ultimi mesi, allarmante. La gestione della crisi e delle sue conseguenze esige una costante e sistematica assistenza ai sopravvissuti, alle vittime e ai famigliari pervenuti e, per questo, si sono mobilitate numerose associazioni e ong, oltre alle forze dell’ordine e alla protezione civile. Ma costante è stata da anni l’accoglienza e la vicinanza degli abitanti dell’isola, coinvolti in prima linea per dare conforto e prima assistenza ai profughi, vivendo con loro fianco a fianco, sopportando disagio e shock e mettendo a disposizione tutte le risorse possibili e necessarie in una convivenza fatta di umanità e solidarietà. Il problema è, dunque, sociale, una piccola isola che si trova a gestire con i propri mezzi un eccesso di popolazione, a dover garantire ospitalità, disponibilità, risorse e a trovarsi sconvolta nell’amministrazione che la riguarda, ovvero sufficiente a gestire i propri abitanti e non anche tutte le problematiche conseguenti ad un afflusso tanto consistente di persone, tra cui bambini e soggetti deboli, in forti condizioni di bisogno e privazione. Esigenze logistiche e sanitarie a cui si tenta di far fronte come si può, ed è sorprendente che, nonostante tutto, ci si riesca. Nell’arco dell’anno sono giunte a Lampedusa 21.870 persone, per un territorio che conta circa 6000 abitanti. I centri di prima accoglienza, i CARA, quelli di smistamento, possono ospitare un massimo di 250 persone, attualmente ce ne sono più di 1000. Dormono di fuori, all’addiaccio su giacigli di fortuna e, quando piove, sotto l’acqua.
Abbandono totale delle istituzioni dinnanzi ad un problema di responsabilità civile, prima fra tutti quella dello Stato italiano e di una legislazione sull’immigrazione che dovrebbe adeguarsi alle recenti decisioni della consulta internazionale sull’immigrazione.

Il problema principale dei flussi di migranti è soprattutto quello del viaggio, questi sono costretti a sofferenze disumane lungo tutte le varie tappe, a partire dalle transazioni e dal reclutamento del denaro per potersi permettere un imbarco e, soltanto i più fortunati, possono farlo. In particolare è il deserto uno dei passaggi più difficili, infatti la maggior parte dei profughi proviene dal Nord Africa, Eritrea, Somalia, soltanto recentemente anche dalla Siria e la gran parte degli sbarchi interessano le coste calabresi e siciliane, i migranti si riversano prevalentemente al Sud della Penisola.
Durante la traversata del deserto bande di predoni prendono ad ostaggio i fuggitivi richiedendo loro o alle loro famiglie, come riscatto tutto ciò che hanno per pagare il loro viaggio, quando non riescono a rubarlo uccidono e prelevano gli organi per il traffico illegale.
Quindi la questione della responsabilità si espande e diventa un problema dell’intera comunità internazionale per il controllo delle acque internazionali, delle zone di frontiera, dei traffici illegali di vite, della tratta umana, ma, soprattutto, una priorità di politica interna e del governo per la regolamentazione e il controllo di questi fatti e per l’integrazione dei profughi.

Il dramma di queste genti, del loro viaggio contro il tempo e incontro alla morte e verso una destinazione precaria e incerta, è un nodo che intreccia dinamiche internazionali e interne, i diritti umani e le libertà fondamentali, strettamente correlate al senso civico della cittadinanza italiana. I recenti eventi sottolineano come il problema dei superstiti sia incombente e rilevante. In seguito agli ultimi naufragi, sono stati tratti in salvo 165 superstiti, 50 di loro minori, alcuni dei quali sono studenti eritrei emigrati con il professore, morto dopo essere fuggito: gli aveva permesso il viaggio verso la libertà chiedendo i soldi ai propri fratelli, uno in Germania, l’altro in Inghilterra, e con questi, aveva pagato il riscatto per la prigione libica in cui era detenuto con i propri alunni e, poi, l’imbarco.
L’ulteriore difficoltà dei superstiti è anche quella di gestire le conseguenze della vicinanza con conterranei morti lungo la tratta o prima, con l’orrore quindi, rappresentato da questa fuga. Anche il recupero delle salme non è indolore: a Lampedusa, da tempo, i pescatori recuperano resti di cadaveri con i loro pescherecci e, ogni volta che ciò avviene, le loro navi vengono sequestrate per mesi dalle autorità giudiziarie per i dovuti accertamenti.

Il trattamento dei rifugiati ha significato in questi anni maltrattamenti e violazione dei diritti umani, mancanza di adeguate condizioni igienico-sanitarie, carenza di mediatori e traduttori, intervento di osservatori di diverse ong per sorvegliare sulla situazione, tanto da far pensare alla creazione di un cordone umanitario, tra i vari Stati interessati, per la possibilità di richiedere l’asilo già nei Paesi di transito e per fare in modo che queste persone non abbiano più bisogno di salire sulle barche della morte.

Per quanti anni ancora ci dimenticheremo di Lampedusa?
Di quanto ancora abbiamo bisogno per sentire in coscienza, in quanto cittadini italiani, la gravità di questa crisi?
Domenica prossima i comuni di Lampedusa e Linosa vogliono ricordare le vittime del naufragio con un rito simbolico, la messa a dimora di 366 piante nella Riserva naturale e altrettanti lumi saranno accesi in commemorazione della perdita di vite, un mese dopo il tragico evento.

Eva Del Bufalo

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