Un esempio di dialogo in un Paese che sembra averne smarrito il senso

 Lo scambio epistolare avvenuto nelle pagine del quotidiano La Repubblica tra il suo fondatore e il nuovo pontefice, nella pacatezza dei toni con cui è stato sostenuto, può certo essere annoverato tra i rari esempi, oggi in Italia, di sano confronto, in cui prevalgono educazione ed una rara onestà intellettuale. Alle domande sollevate da Scalfari nelle sue due lettere scritte tra Luglio e Agosto, il Papa ha voluto rispondere direttamente, attraverso un canale che nessuno dei suoi predecessori aveva mai utilizzato, un giornale, facendo compiere a quella istituzione che lo pone al vertice un ulteriore passo verso la modernità.

Papa Francesco con estrema naturalezza è voluto ripartire, con il dichiarato intento di dissolvere rancori e incomprensioni che due secoli di ostilità avevano prodotto, da quella stagnante «incomunicabilità cui erano giunte la Chiesa e la cultura d’ispirazione cristiana da una parte e la cultura moderna d’impronta illuminista dall’altra». La sua fede sorvola l’incostanza e la volubilità dei sentimenti senza rinserrarlo dietro qualcosa di cui potrebbe sentirne l’esclusività, fino all’arroganza; e la verità che dalle sorgenti luminose del suo essere sente scaturire – come recita la sua enciclica Lumen Fidei – non è un possesso ma un abbraccio che lo avvolge e lo mette in cammino. Il nitore delle sue risposte sfugge all’imbarazzo e la sua autentica spiritualità, come lui stesso afferma, lo mette a proprio agio nell’ascoltare le domande del suo interlocutore.

Rivolgendosi al pontefice, Scalfari ha dismesso i panni consueti del giornalista, lasciando spazio e piena libertà al pensatore che lo abita; al non credente nutrito dal cristallino Secolo dei Lumi, ma così affascinato dalla predicazione di Gesù. E in virtù di quest’ultima propensione e come facendosi portavoce di molte intelligenze critiche nei confronti del cattolicesimo romano formula alcuni interrogativi. Ne citiamo per esteso uno che ci sembra cruciale:«il credente crede nella verità rivelata, il non credente pensa che non esista alcun assoluto e quindi neppure una verità assoluta, ma una serie di verità relative e soggettive. Questo modo di pensare per la Chiesa è un errore o un peccato?».

La risposta di Papa Francesco è un punto esclamativo; un sorta di raggio luminoso che lieve discende da una nuvola, non per trafiggere, ma per schiarire un punto finora rimasto oscuro. Nemmeno per chi ha ricevuto il dono della fede «parlerei di verità assoluta – scrive il pontefice – nel senso che assoluto è ciò che è slegato, ciò che è privo di ogni relazione. Ora, la verità, secondo la fede cristiana, è l’amore di Dio per noi in Gesù Cristo. Dunque, la verità è una relazione!» Così che – prosegue – «anche ciascuno di noi la coglie, la verità, e la esprime a partire da sé: dalla sua storia e cultura, dalla situazione in cui vive».

Ci si lamenta spesso di una cultura che sentiamo agonizzante e allora quando per miracolo qualcosa si manifesta per ridarle vita è giusto mantenere alto il livello di attenzione. L’esempio che queste due persone ci hanno offerto lascia il chiarore di una scia che merita di essere seguito; non importa quale sia l’adesione, quanto l’aver compreso che il dialogo, quello vero, è un’approfondimento di se stessi, attraverso una voce altra che non mina la nostra identità ma la arricchisce.

 

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Filippo Deodato

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