L’Ue non può vincere la guerra sui dazi

Lo scorso 8 marzo il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha varato una tassa sull’import di acciaio del 25% e di alluminio del 10%: la scelta, siglata nella Roosevelt Room all’interno della Casa Bianca in presenza di alcuni lavoratori del settore siderurgico, è stata motivata dallo stesso POTUS come una necessità per la sicurezza nazionale. Molti ricorderanno il vasto assortimento di promesse elettorali annunciate dal Tycoon nel corso della sua campagna per le presidenziali, una su tutte: «Ricostruiremo il Paese con mani americane e posti di lavoro americani». La casa bianca non poteva quindi esimersi da una simile scelta, scelta che ha ovviamente indignato larga parte dei partner commerciali degli Stati Uniti in giro per il mondo: proprio per questo motivo gli USA hanno esentato molti Paesi tra cui Messico e Canada (per loro i dazi sono esclusi a tempo indeterminato) e in secondo luogo gli stessi paesi appartenenti all’Unione Europea, Unione preoccupata dall’eventuale rischio di una vera e propria guerra commerciale con i propri partner atlantici.

Per Bruxelles era stata inizialmente fissata una proroga sui dazi fino al 1 maggio, poi improvvisamente corretta allo scadere dello stesso termine e infine prolungata fino al 1 giugno. Nell’ultimo mese si sono tenuti molteplici incontri presso la Casa Bianca tra Donald Trump e i leader europei, improvvisamente uniti sotto un’unica egida: fermare i dazi statunitensi. Emmanuel Macron, Angela Merkel e Theresa May hanno a più riprese osteggiato fermamente la decisione di Trump, promettendo ritorsioni da parte dell’Unione Europea in caso di mancata proroga.

Ma a quali condizioni la Casa Bianca ha esentato L’UE dai dazi? A dircelo è il Ministro del commercio USA Wilbur Ross, secondo il quale l’Unione dovrebbe accettare di ridurre il livello delle proprie esportazioni negli Stati Uniti al 90% della media dei precedenti due anni. Particolare che non suscita di certo gioia in chi, come la Germania, beneficia da anni di spaventosi surplus commerciali sulla bilancia dei pagamenti.

guerra sui dazi

Nella giornata di mercoledì il Presidente della Commissione Europea Jean Claude Juncker si è rivolto all’europarlamento affermando che: «l’esenzione (dai dazi) deve essere permanente e senza condizioni» rimarcando inoltre la “linea” di Macron: «ci rifiutiamo di negoziare sotto minaccia».

I vari leader europei, assai divisi negli “affari di casa” date le loro vesti di competitors commerciali, ma apparentemente uniti quando si tratta di affrontare il gigante statunitense, non hanno in realtà alcun mezzo per vincere questa battaglia commerciale: le regole del WTO le hanno create gli USA e secondo il noto brocardo rebus sic stantibus vigente nel diritto internazionale, se le condizioni mutano (rendendo quindi meno vantaggioso per gli Stati Uniti quell’accordo) l’accordo convenzionale cambia. Ed è ciò che succederà.

Inutile poi disquisire sul piano puramente geopolitico: riuscite a immaginare un conflitto tra Berlino e Washington? Fortunatamente per i nostri fratelli tedeschi il tempo delle cannoniere ottocentesche è (apparentemente) finito. Un istituzione sovranazionale come l’UE, fondata esclusivamente su un modello export-led finirà ineluttabilmente per schiantarsi in disastrose guerre commerciali con partner più forti. A nulla serviranno le farsesche minacce di dazi sull’import di Harley Davidson o di jeans levi’s. L’Italia sta seguendo la Germania in un’annunciata debacle: la storia si ripete.

Tuttavia le misure protezionistiche adottate da Donald Trump potrebbero non essere la panacea di tutti i mali statunitensi: in una profetica intervista del 2017, Ha-Joon Chang, economista dell’università di Cambridge autore del bestseller “Bad Samaritans” puntualizza come certe misure andrebbero a colpire in primis le stesse compagnie statunitensi dato che: «Molti prodotti importati da paesi come la Cina e il Messico sono cose che sono prodotte “da” – o almeno prodotte “per” – imprese americane». I proprietari di Nike, GM e Apple non saranno certo felice di vedere schizzare alle stelle i prezzi dei propri prodotti per via dei dazi. Secondo la Chang la vera soluzione alla disastrosa situazione sulla bilancia commerciale USA sarebbe: «la totale riscrittura delle regole globali di commercio e la ristrutturazione della cosiddetta catena globale del valore».

Non sembra quindi opportuno nè sostenere chi inopportunamente si scaglia contro il “protezionismo” glorificando i benefici (per pochi) arrecati dalla globalizzazione e dal libero mercato, dato che il primo costituisce semplicemente una strategia commerciale adottata dagli stessi paesi occidentali anglofoni nel corso del XIX secolo per rafforzare le proprie economie in via di sviluppo, nè dall’altra parte tifare acriticamente per una politica sui dazi a quanto pare insufficiente a risolvere la crisi commerciale in corso tra le due sponde dell’atlantico.

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Federico Lordi