Sovraffollamento delle carceri: tra leggi intoccabili e vecchie soluzioni

La prima, nel luglio 2009: è allora che il 36enne bosniaco Izet Sulejmanovic, carcerato a Rebibbia tra il 2002 e il 2003, presenta il suo ricorso. Lo vince, denunciando una situazione insostenibile: 18 ore trascorse in cella, con sole 4 e mezza d’aria e uno spazio di – circa – 15 mq da condividere con altri 5 (cinque!) compagni.

Da allora, poco è cambiato. Il primo tentativo di ovviare al problema fu il “piano carceri” dell’allora Ministro della Giustizia Angelino Alfano, che prevedeva l’ampliamento dei penitenziari esistenti e la creazione di nuovi. Quindi, lo “svuota carceri” pianificato da Paola Severino, Ministro del Governo Monti: un “indulto mascherato”, come fu chiamato dal Fatto Quotidiano; si trattava di un piano che doveva consentire la liberazione di circa 1200 detenuti e che saltò, nel triste epilogo del Governo tecnico durante gli ultimi giorni del 2012, causando l’ira – e lo sciopero della fame e della sete – di Marco Pannella. E così, arriva la seconda condanna: non passano che 20 giorni che la Corte Europea dei Diritti umani condanna il Belpaese al risarcimento di 100mila euro l’uno per 7 detenuti che scontarono la pena a Busto Arsizio e Piacenza, denunciando angusti spazi comuni e le assenze di riscaldamenti, acqua calda e – talvolta – luce.

Quindi, a maggio 2013, l’ultimatum della Corte di Giustizia dell’Unione Europea: «basta carceri sovraffollate, l’Italia risolva entro un anno». I dati presentati dal Ministro Annamaria Cancellieri sono effettivamente assurdi: l’Italia ospita nei propri 206 penitenziari 65891 persone, 18821 in più dei posti realmente disponibili, facendo posizionare la nostra nazione terza in Europa, meno peggio solo di Serbia e Grecia. Di questi detenuti, 23 mila sono stranieri.
Secondo alcuni osservatori, la colpa è di talune discutibili leggi approvate in questi anni. Un esempio: la Bossi-Fini. Secondo Emilio Santoro, docente di Diritto all’Università di Firenze, il migrante è generalmente portato a trovarsi in una situazione di illegalità: «basta che perda il lavoro e non riesca a trovarne un altro nei sei mesi successivi – sempre che abbia la fortuna di mantenere il permesso per ricerca di lavoro – diventa automaticamente un delinquente», il che comporta, essendo nella maggior parte dei casi un soggetto sprovvisto di fissa abitazione, la necessità di dover trascorrere l’eventuale periodo pre-espulsione in una struttura carceraria. Dati parlano, peraltro, di un detenuto su 4 che passa il tempo in cella per non aver obbedito a un ordine di espulsione. Ma non solo. Altre due sono le leggi su cui porre la lente d’ingrandimento.
La prima è la Fini-Giovanardi, recentemente rinviata alla Consulta per presunta incostituzionalità, ma che nel frattempo ha garantito condanne “esemplari”, equiparando droghe leggere a stupefacenti pesanti. Risultato? Dal 2005 sono più che raddoppiati i detenuti, divenuti 28mila nel 2011, tanto da far ritenere la Fini-Giovanardi quale la vera e principale causa del sovraffollamento carcerario italiano, secondo il terzo libro bianco presentato delle associazioni legate all’Associazione Antigone.
In ultimis la legge ex Cirielli che ha comportato, in caso di reiterazione, un aumento della pena che va a prescindere dall’atto commesso: che sia un omicidio o un semplice furtarello al mercatino del quartiere.
Poste sotto osservazione queste situazioni, non sappiamo tuttavia quanto giusto sia esprimersi su eventuali proposte di amnistia o indulti avanzate più volte da taluni soggetti politici. È un dato di fatto però, che una misura già adottata (indulto, Governo Prodi II), non abbia portato un miglioramento generale della situazione italiana. E allora vien lecito il dubbio: non sarebbe forse il caso, prima di riproporre strumenti vecchi e di continuare a rinviare, di provare a trovare soluzioni diverse, alternative e che facciano in modo che non si ripresenti mai più il problema? O detta più semplicemente, non si potrebbero evitare (inutili) ingressi invece che solo affrettare (tutte) le espulsioni?

di Mauro Agatone

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