Silenzio per Charlie Hebdo e per tutte le vittime della repressione

Una delle ultime notizie apportanti qualcosa di nuovo, e non, invece le solite dietrologie che possono, e devono, comunque essere fatte da chi è del mestiere, o pubblicazioni di video su video illustranti tutte le prospettive dell’attacco a Charlie Hebdo e del post, è quella riguardante la consegna alla polizia francese da parte dell’ipotetico autista del commando islamico di attentatori, avvenuta nella notte tra il 7, giorno dell’attentato, e 8 gennaio. Si tratta del 18enne Hamyd Mourad che, come i due fratelli ancora pedinati dalla polizia, risulta avere precedenti per collaborazioni con reti jihadiste.

Innumerevole è la quantità di articoli e discussioni su quanto accaduto ieri a Parigi a danno della redazione del più famoso giornale satirico francese Charlie Hebdo. Ciò che impera adesso sono i commenti, più o meno ragionevoli, sull’accaduto, l’allarmismo sulla sicurezza europea altrettanto ragionevole ma necessariamente da placare e far rientrare in un recinto di raziocinio e poi, l’ondata di ignoranza dilagante sui social network, sulla stessa onda di chi afferma che Vanessa e Greta se la siano cercata. “Charlie Hebdo è stato recidivo”, secondo i commenti “spazzatura” su Twitter. “Charlie Hebdo se lo meritava, già era stato minacciato e attaccato più volte, era ora che la smettesse”. Questo scempio intellettuale non merita neanche un minuto, o una riga, di attenzione maggiore, ma è bene sbatterlo davanti come promemoria su dove la mente non deve andare. Per chi si volesse dilettare nell’assistere al degrado umano può leggere questo articolo su L’Espresso.

Quello su cui, invece, ci si dovrebbe concentrare, lo ha sottolineato niente di meno che Matteo Salvini, la tastiera rabbrividisce al digitare il suo nome in effetti, durante lo speciale del Tg La7, andato in onda la sera stessa dell’attacco a Charlie Hebdo, nei piccoli momenti di lucidità che lo allontanavano dalla sua propaganda politica: “In questo momento non esistono fazioni o colori politici. Bisogna essere uniti nel cordoglio per l’accaduto e condannare qualsiasi atto di violenza”. Risparmio l’allarmismo indirizzato all’Islam in generale che Salvini, tornando in se stesso, non ha potuto fare a meno di lanciare all’Italia.

Risparmio anche tutto il politichese che gira intorno al tragico evento, quale la possibile avanzata all’Eliseo di Marine Le Pen e il cambiamento degli assetti geopolitici europei, tanto per esagerare a far viaggiare la mente, l’Eurozona all’insegna della destra e della lotta spietata contro l’Islam e l’immigrazione, che, per carità, chi fa l’analista politico, economico o il giornalista, può e deve farlo. L’unico mio appunto sarebbe, però, il seguente: lasciamo fare tutto questo agli addetti ai lavori, che già possono risultare antipatici e noiosi soprattutto in situazioni come queste, e sono, o dovrebbero essere, esperti. Se invece nell’immaginazione di scenari futuri si cimentano sedicenti politicizzati socialmente attivi che, nascosti dalla pagina del loro account su qualche social e che, fino a un giorno prima del 7 gennaio, pubblicavano i loro selfie con la bocca a deretano di gallina o mentre svolgevano qualsiasi insulsa attività quotidiana, il risultato sarebbe ancora più irritante e noioso e, per giunta, senza una giustificazione del tipo “stanno facendo il loro lavoro”.

Se le analisi del futuro sono, per un lato necessarie, quelle del presente, senza mai dimenticare il passato, sono d’obbligo. Fare dei collegamenti, studiarli e agire di conseguenza, è il punto di partenza per iniziare a cambiare il mondo, se c’è volontà ovviamente. Partire, come è stato fatto, dal presupposto che siamo di fronte a una guerra, ben organizzata e imprevedibile, strumentalizzata e che si nasconde dietro significati religiosi e di giustizia, i quali in realtà, ben poco spazio trovano nei meandri di questa violenza. Evitare l’allarmismo di qualsiasi tipo, non rispondere a violenza con altra violenza, come sembra che una parte della Francia stia facendo il giorno dopo Charlie Hebdo attraverso rappresaglie a diverse moschee del Paese.

Le opinioni, lasciando sempre perdere, grazie all’aiuto di una radicale pulizia intellettuale, le fanta opinioni o le subnormali opinioni, sovrabbondano in  questi giorni seguenti a Charlie Hebdo, e continueranno a farlo perché quello che è accaduto ieri a Parigi non è un evento da ondata mediatica del momento, bensì un prosieguo dell’11 settembre 2001, dell’11 marzo 2004, del 7 luglio 2005, senza elencare le barbarie operate in nome della religione o di chissà cosa in questi decenni. Afghanistan, Pakistan, Nigeria, Iraq, Siria, Palestina, Israele, ma anche Messico, Ucraina, Russia, Stati Uniti e chi più ne ha più ne metta. Non è in questa sede che verranno elencati i nomi dei detentori dello strumento di morte, ma è qui che si vuole dare importanza a chi soffre, quotidianamente e no, di questi soprusi a danno della libertà e di tutti quegli altri diritti che dovrebbero essere fondamentali.

E chi soffre, chi è vittima, appartiene, molto spesso, alla stessa religione, etnia o nazionalità del carnefice. Donne, bambini e chiunque non appartenga all’ala estremista e più potente e osa esprimere il proprio dissenso, pacificamente e no, è vittima di queste stragi in cui, generalmente, la morte non è mai un optional.

Rimanendo però nella più stretta attualità, ieri dodici combattenti, armati solo di matita e di fantasia, ma anche un poliziotto inerme, hanno visto la morte, in nome della libertà e della giustizia. Il minimo che la comunità civile nel mondo potesse fare era creare un hashtag come #jesuischarlie o #NousSommesCharlie e osservare minuti di silenzio o qualsiasi altra dimostrazione di rispetto e vicinanza verso chi ha il coraggio di combattere, in un modo o nell’altro, contro la repressione, di qualsiasi forma. C’è chi questo lo considera ipocrisia, affermando che siamo tutti vigliacchi perché diversi dai vignettisti, che non siamo tutti charlie perché solo adesso proclamiamo la libertà di espressione. C’è chi reagisce a violenza con altra violenza, sia negli atti che nelle parole; la Francia sta subendo attacchi alle moschee adesso, anche se non sono noti i colpevoli ancora.

Bisognerebbe invece fermarsi, parola che il mondo di oggi ha completamente eliminato dal suo vocabolario, e rispettare le vittime, il loro operato, qualsiasi esso sia, giornalisti, vignettisti, poliziotti, persone comuni, bambini, studenti, e lasciare la rabbia altrove, sulle bocche dei mentecatti, che sono solite aprirsi soprattutto con il senno del poi, magari mentre si è sdraiati su un comodo divano di una bella casetta, gridando, da bravi parassiti, sentenze su carnefici e vittime. “Bastardi musulmani” “I vignettisti se la sono cercata!”, per esempio.

Charlie Hebdo, di tutta risposta, continuerà a pubblicare; le donne musulmane continueranno, se lo vogliono, a portare il velo, gli immigrati continueranno a scappare da guerre che continueranno a essere combattute in nome di chissà cosa, gli studenti continueranno a esigere un futuro migliore, gli stupidi continueranno a parlare, e il mondo dove andrà a finire?

Per gli aggiornamenti di cronaca e previsioni varie leggere altro.

Twitter @IlariaPetta

nous sommes tous charlie

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Ilaria Francesca Petta

Più di là che di qua, nel senso metaforico...ma anche letterale. Classe 1986, nasco sotto il segno dei gemelli, di cui sono una chiara rappresentazione. Senza terra sotto ai piedi, con uno spiccato senso internazionalistico, credo che l'Italia sia un Bel Paese in declino, legato ancora a un glorioso passato. Laureata in lingue e traduzione, mi sono immersa in questa odissea, chiamata giornalismo, a 26 anni..forse tardi, ma assicuro che sto recuperando in pieno. Masterizzata in Comunicazione e Media nelle Relazioni Internazionali girovago come tirocinante, al momento nella Commissione europea a Roma.