Il ritorno dei talebani: una scintilla coperta da un muro di paglia.

Pochi giorni a fronte di anni, fatti di lotta e (ri)costruzione forse troppo fragile e precaria. Pochi giorni per riportare indietro le lancette dell’orologio a più di 20 anni fa. Il ritiro della forze americane, l’avanzata dei talebani che in poco più di 10 giorni hanno preso il controllo della maggior parte delle città afgane ed infine, dopo averla circondata, di Kabul il 15 agosto. Immagini che hanno fatto il giro del mondo mentre gli attori internazionali le assorbivano con un senso di impotenza quasi volontaria.
Ma come siamo arrivati a tutto questo? Per capirlo bisogna cercare di leggere la storia di un paese martoriato.


Chi sono i Talebani?

talabaniI Talebani: letteralmente dalla lingua pashto “studenti”, nascono come gruppo di studenti delle scuole coraniche in Afghanistan e Pakistan negli anni ’90.  La loro nascita è strettamente legata ai gruppi che in quegli anni stavano combattendo contro l’occupazione sovietica (1978-1989). Il primo gruppo di talebani venne fondato nel 1994 a Kandahar, in Afghanistan, dal mullah Mohammed Omar, che aveva combattuto tra i mujaheddin  -guerriglieri di ispirazione islamica- contro i sovietici. L’obiettivo dei talebani era di ripristinare la sicurezza dopo il ritiro dei sovietici e far vigere un’interpretazione molto radicale della legge islamica (sharia). Quando i sovietici abbandonarono i territori per i talebani, diventati un gruppo unito e coeso, fu facile prendere potere in quanto i mujaheddin erano divisi da dissidi interni. Così, in poco tempo, conquistarono Kandahar, la loro città natale, e poi Kabul. Era il 26 settembre 1996, anno in cui nacque l’Emirato Islamico dell’Afghanistan sotto l’influente leadership del mullah Omar. L’Emirato venne riconosciuto solo da Emirati Arabi Uniti, Pakistan e Arabia Saudita: questi ultimi due paesi fornirono ai talebani aiuti logistici, economici e umanitari.

Sotto il regime dei talebani vennero vietate attività ricreative e culturali come musica, cinema e tv;  la coltivazione del papavero da oppio, contrario alla legge islamica, venne ufficialmente vietata, anche se continuò illegalmente grazie al tacito consenso dei talebani che traevano un notevole profitto grazie alle estorsioni imposte ai coltivatori. Alle donne venne imposto di indossare il burqa, fu loro vietato di guidare qualsiasi mezzo di locomozione, di utilizzare cosmetici e gioielli, e di entrare in contatto con qualsiasi uomo che non fosse il marito o un parente.

L’arrivo e la permanenza delle truppe USA in Afghanistan

Nello stesso anno della loro ascesa al potere i talebani ospitarono in Afghanistan le basi dell’organizzazione terroristica al Qaida, fondata all’inizio degli anni Novanta dal saudita Osama bin Laden che finanziò i mujaheddin durante la resistenza Afghanistancontro i sovietici. Ben presto al Qaida iniziò ad effettuare attentati terroristici: era il 7 agosto del 1998 ed i primi obiettivi di al Qaida furono le ambasciate statunitensi di Kenya e Tanzania. Dopo gli attentati dell’11 settembre 2001 gli USA chiesero ai talebani l’estradizione del capo di al-Qāʿida. Kabul rifiuta, così il 7 ottobre 2001 gli USA attaccano militarmente l’Afghanistan. I bombardamenti in Afghanistan provocheranno la morte di 14.000  persone (3.800 civili e oltre 10 000 combattenti talebani).

Così George W. Bush dava inizio all’operazione Enduring Freedom che nel giro di poche settimane riesce a spazzare via la resistenza degli studenti coranici al governo dal 1996. La prima fase del conflitto si concluse a maggio del 2003, quando Donald Henry Rumsfeld -segretario della difesa USA- dichiarò la fine dei combattimenti e l’inizio di una nuova fase: la ricostruzione del Paese. In realtà ci fu un ritorno dei talebani e con essi l’inizio di una guerriglia contro le forze alleate in Afghanistan.

Sul finire del 2004 gli attacchi dei guerriglieri diventarono sempre più frequenti, così come le vittime: civili, soldati americani e soldati della Nato. Le vittime e la ripresa feroce degli scontri iniziarono a far sorgere tra gli americani il desiderio del ritiro delle loro truppe. Gli avvenimenti andarono nella direzione opposta: nel 2008 le truppe americane impegnate in Afghanistan aumentarono dell’80%. Nel settembre dello stesso anno l’allora presidente Bush inviò un rinforzo di 4.500 soldati. A novembre venne eletto Barack Obama che promise di portare a termine quell’occupazione che durava ormai da 7 anni. L’obiettivo era di andarsene entro luglio 2011. Tra gennaio e febbraio del 2009 furono inviati in Afghanistan altri 20 mila soldati, mentre un documento del generale Stanley McChrystal sosteneva che per fermare la guerriglia talebana sarebbero serviti almeno 500 mila soldati e altri cinque anni di tempo.

Sotto consiglio del suo vice Joe Biden, che nel 2009 affermò che l’America doveva andarsene dall’Afghanistan senza farsi frenare dai vincoli umanitari, Obama si scontrò con i generali, che erano convinti del fatto che quella scadenza avrebbe danneggiato fortemente l’impegno contro i talebani. Obama iniziò a rimandare la scadenza della ritirata, continuando ad inviare soldati.

Obama annunciò il primo ritiro di 10 mila soldati solo nel giugno del 2011, circa un mese dopo l’uccisione di Osama bin Laden. Sul campo erano ancora presenti 80 mila soldati americani, mentre cominciarono i ritiri scaglionati dei Paesi Nato fino ad arrivare al 2013, anno in cui le truppe Nato passarono la gestione della sicurezza alle forze militari afghane, addestrate dall’esercito americano. La graduale ritirata degli alleati, unita alla fragilità delle istituzioni afghane, portò a far scoccare di nuovo la scintilla della guerriglia talebana.

Nel 2016 venne eletto Donald Trump, il quale promise il ritiro delle truppe e la fine della guerra.  In prima battuta, durante il suo mandato, inviò altri soldati per poi cambiare rotta: nel febbraio 2019 il governo americano iniziò in Qatar i negoziati con i talebani guidati dal Mullah Abdul Ghani Baradar. Venne stilata la bozza di un accordo di pace che prevedeva: per gli americani il ritiro delle truppe,  per i talebani l’obbligo di impedire che altri gruppi jihadisti si insediassero nel Paese. Il 29 febbraio 2020, a Doha, venne firmato l’accordo, criticato dal governo afghano. Secondo l’accordo le truppe dovevano essere ritirate entro 14 mesi. L’amministrazione Trump annunciò il ritiro completo entro il 1° maggio 2021.

Il 20 gennaio 2021 iniziò il suo mandato Joe Biden. Ad aprile il presidente posticipò il ritiro degli ultimi 2.500 soldati all’11 settembre, dichiarando il termine della guerra entro il 31 agosto in quanto “Washington aveva già raggiunto i propri obiettivi: uccidere Osama bin Laden e privare Al Qaeda della propria base operativa in Afghanistan“.

Ad oggi, Joe Biden, non ha fatto un passo indietro circa la sua decisione nonostante gli ultimi avvenimenti: “Le truppe americane non dovrebbero morire in una guerra che le forze afgane non sono disposte a combattere“.talebani

Frederic Kagan, esperto di politica estera e membro del centro studi American Enterprise Institute, ha affermato che “Biden avrebbe potuto fermare i talebani. Ha deciso di non farlo”.

Mille miliardi di dollari, 2.400 vite di soldati e oltre 20 mila feriti non sono forse un prezzo troppo alto, a cui andrebbe dato un valore diverso? Più duraturo?
Non è sufficiente asserire che “Washington aveva già raggiunto i propri obiettivi“, per sentirsi esonerati da ogni tipo di responsabilità sulla stabilità dell’Afghanistan. Il ritiro era deciso, le modalità che hanno portato a prevedibili conseguenze opinabili. E’ un dovere morale di tutte le potenze intervenute in questi anni in Afghanistan cercare di risanare le prospettive di vita di una popolazione piombata per l’ennesima volta nel caos e nella paura, sotto lo scacco di un “governo” che non ha scelto liberamente.

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Twitter: @amiraabdel13

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Amira Abdel Shahid Ahmed Ibrahim

Amira Abd El Shahid Ahmed Ibrahim è nata a Roma, nonostante il nome che sembra uscito da un documentario di Super Quark e il cognome così lungo da convincere il funzionario dell’anagrafe a cambiare mestiere il giorno in cui è venuta alla luce possano depistare circa il suo luogo di nascita. Nata sotto il segno dei pesci è una meticcia: metà del sangue che le scorre nelle vene è arabo. Condivide la sua dimora con due gatti grassi, predilige alla maggior parte delle persone i quadrupedi che non hanno il dono della parola, ma all’occorrenza si adatta a interagire con il genere umano. Dopo la cucina, arte nella quale si diletta spesso per rendere chi la circonda una persona più felice e l’arricciarsi i capelli, Amira ha anche degli hobbies che implicano l’uso del suo quoziente intellettivo come: leggere e scrivere. Due funzioni di elementare apprendimento che lei svolge con grande passione. Collabora con il quotidiano on-line Lineadiretta24 dal novembre 2013. Caporedattrice della rubrica di viaggi dal 2016. Leggermente sindacalista dentro odia le ingiustizie che “affollano” il pianeta. Conta di cambiare il mondo un giorno, o di conquistarlo.