Perché è stato ucciso Jamal Khashoggi?

Il delitto si inserisce nell’intricato quadro delle tensioni geopolitiche mediorientali. Da cui gli Usa ora vorrebbero sfilarsi

 

KhashoggiIl 2 ottobre 2018 il giornalista saudita Jamal Khashoggi era entrato nel consolato del suo paese ad Istanbul per chiedere un certificato per il matrimonio, mentre la sua fidanzata lo aspettava in macchina.

Al di là dei dettagli macabri – ne è uscito segato a pezzi in seguito ad un’iniezione letale, ad opera di un commando di 15 persone – la sua morte ha generato una crisi internazionale che non può essere compresa se non nella complessa rete delle relazioni mediorientali. Alla luce della quale assume una rilevanza che va ben al di là dell’efferato omicidio.

Il complesso scenario mediorientale

KhashoggiDa quando nella penisola arabica nel 1938  è stato scoperto il petrolio, i regni sauditi si sono trasformati negli stati più ricchi del mondo. Dinastie tribali in contesti poverissimi hanno costruito contratti sociali con i propri sudditi che scambiano benessere, assenza di tasse e assistenzialismo contro potere assoluto. L’occidente, inteso prima come Gran Bretagna e poi come Stati Uniti, ha sempre avuto bisogno di stabilità nella regione: per questo appoggia gli stati in grado di mantenere il controllo della situazione sociale e la costanza della produzione petrolifera. E bada a che non assumano una eccessiva egemonia regionale, ad esempio dotandosi di armamenti nucleari, con la quale sarebbero in grado di turbare il prezioso equilibrio e generare guerre fuori controllo. Per questo l’Arabia Saudita è un tradizionale alleato Usa mentre l’Iran degli Ayatollah, con il suo programma di arricchimento dell’uranio, è uno storico nemico.

Il ruolo dei Fratelli Musulmani

KhashoggiMa gli schieramenti interni al mondo arabo sono assai articolati, ben più della tradizionale – e ormai superata, per lo più – divisione tra sciiti e sunniti. In seguito alle Primavere Arabe del 2011 sono sorti nuovi soggetti politici, islamisti e radicali, che hanno sfruttato a loro vantaggio il malcontento che aveva portato alle rivolte. Il principale di questi soggetti è la Fratellanza Musulmana, forma di fondamentalismo politico-religioso, contrario alla secolarizzazione delle nazioni islamiche e sostenitore di una rivoluzione islamista permanente. Fumo negli occhi per le dinastie conservatrici, autocratiche e ultrareazionarie della penisola arabica. Turchia, Qatar, Yemen e Iran sostengono e finanziano i Fratelli Musulmani. Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Egitto e Pakistan li considerano terroristi e li combattono. Preferibilmente con guerre decentrate, sostenendo le rispettive fazioni, ad esempio in Yemen o in Siria. Una configurazione che assume un senso maggiore se visualizzata sulla carta geografica: Egitto, Arabia Saudita e Pakistan formano un asse a contenimento meridionale della pressione turco-iraniana. Ma cosa ha a che fare tutto questo con Jamal Khashoggi?

Khashoggi e MbS

KhashoggiKhashoggi non è, tecnicamente, un “dissidente”: in Arabia Saudita i dissidenti non sono previsti. L’influente giornalista è un uomo di potere, ben inserito nella dialettica interna ai vari rami della famiglia reale wahabita, dove è vicino al principe Turki bin Faysal, già capo dei servizi segreti e ambasciatore a Londra e Washington. È vicino anche ai Fratelli Musulmani e sostiene la necessità di un’alleanza strategica con la Turchia. Ma gli eventi lo porteranno dalla parte sbagliata.

Nel 2017 emerge la figura del giovane principe Mohammed bin Salman, detto MbS. L’economia saudita, basata praticamente solo sul petrolio e sul settore pubblico, risente drammaticamente delle crisi petrolifere del 2015, che ne rivelano l’estrema fragilità. Serve un programma di riforme economiche che guidi la transizione verso un assetto post petrolifero, più diversificato, che sviluppi il settore privato e la necessaria formazione, la transizione energetica, una revisione del welfare assistenzialista basato su costosissimi sussidi. Beninteso, le riforme sono solo economiche, e per portare a termine Vision 2030 – così si chiama l’ambizioso programma varato da Mbs, capo del Consiglio degli Affari Economici – c’è bisogno di conservare un potere assoluto, chiudendo ogni spiraglio a speranze di riforme sociali o politiche, che peraltro i sudditi non sembrano reclamare. In questo quadro, il venir meno del divieto di guidare alle donne è da considerarsi un’operazione di immagine, rivolta più agli investitori esteri che non alle cittadine saudite.

MbS, nel frattempo designato principe ereditario, conduce una lotta spietata contro ogni possibile avversario, con ogni mezzo, ed è ossessionato dalla propria sicurezza. Jamal Khashoggi non predica certo riforme liberali, ma si sa che parteggi per altre fazioni della famiglia reale e non si sente più al sicuro in patria. Va a vivere in Turchia, collabora tra gli altri con il liberal Washington Post e continua ad attaccare il nuovo padrone assoluto. Il suo destino è segnato. Le cronache ne hanno rivelato ormai ogni dettaglio.

America is back

KhashoggiL’amministrazione Trump tenta di coprire MbS tenendo riservato il rapporto della Cia, formalmente in attesa degli sviluppi ufficiali delle indagini. L’atteggiamento rientra nel quadro storico delle alleanze Usa nella regione, dove privarsi dell’alleato saudita lascerebbe troppo spazio all’Iran, con il quale i rapporti sono stati nel frattempo inaspriti. Con Biden la sostanza non cambia, né potrebbe cambiare, ma la forma e le sfumature sì. Gli Usa stanno ridimensionando la loro presenza in molti scenari regionali per concentrarla nell’indopacifico, a contenimento della Cina. Non hanno bisogno di eccessi e tensioni, né nella penisola arabica e nemmeno in Israele, dove il sostegno di marca trumpiana agli insediamenti cisgiordani ora è molto ridotto. Tentano un allentamento della tensione con l’Iran per evitare che l’alleanza turco-iraniana (e magari russa) assuma una forza eccessiva. Il messaggio ai sauditi è chiaro: restiamo alleati, ma stavolta avete esagerato, filate dritto e non create troppi problemi. E così è stato pubblicato il rapporto che ‘incastra’ MbS. I diritti umani, come si vede, c’entrano ben poco.

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Sergio Celestino

Sergio Celestino è nato a Torino da qualche anno. E' cresciuto al mare, ma anche a Seattle, Brugge, Anversa e Firenze; ora vive nei pressi di un'antica città etrusca, vicino Roma, e non ha gatti. Viaggia con lo zaino per tenere mente aperta e braccia libere, dice. Da piccolo era biondo ma ora è architetto; tuttora del capricorno, è a tempo pieno camminatore e luogologo.