Per cosa ci si batte in Siria e Medio Oriente?

Cosa sta succedendo in Medio Oriente? Perchè da anni i conflitti militari e strategici si concentrano soprattutto in questa regione del mondo? Quali sono le fazioni? Cos’è l’ISIS? E perchè, da un anno a questa parte, l’asse del conflitto si è spostato sul territorio siriano?
A tutte queste domande, stando a sentire l’informazione che il mainstream ci offre quotidianamente, sembrerebbe non esserci risposta alcuna. Ma se si oltrepassasse per qualche istante lo scoglio della visione frammentaria degli eventi, offerta da giornali e televisioni, che ormai si susseguono da 12 anni nell’area medio orientale, la domanda sarebbe invece un’altra: “Cosa ci stanno raccontando”?

Il Medio Oriente

Quella che spesso viene trascurata dai mezzi d’informazione è una visione d’insieme su un’area in cui, da anni, continuano ad addensarsi numerosi e consistenti conflitti. Negli ultimi tempi se ne sono contati di considerevoli anche in altre aree del mondo (Ossezia del sud, Ucraina, Mali etc.) ma il Medio-Oriente ha sempre rappresentato il principale teatro di guerra globale. Perché? La risposta potrebbe risiedere nei conflitti religiosi, nella lotta per il potere tra i vari regimi dittatoriali (ormai fatti sparire) della regione, o magari in una costante ricerca della conquista dei diritti per i cittadini. Tutte risposte plausibili, certo. Per una volta però vestiamo i panni dell’ateo e cerchiamo di ignorare la sfera celeste, lasciando oscillare l’attenzione tra la terra e ciò che essa ospita nelle sue profondità.

Medio Oriente

I punti rossi indicano le riserve di gas naturale nella regione, mentre i neri quelle di petrolio.

 

La carta qui riportata può benissimo definirsi antiquata per quanto riguarda il mercato delle risorse naturali (i dati ivi indicati corrispondono infatti al biennio 2004/2005), ma è molto utile per la rappresentazione delle riserve di gas e petrolio, pressapoco corrispondenti a quelle odierne a livello di geolocalizzazione. Ciò che cattura immediatamente l’attenzione è la considerevole quantità di idrocarburi che il Golfo Persico ospita. Questa materia prima è suddivisa tra i vari Stati che vi si affacciano, quali Iran, Arabia Saudita, Bahrain, Kuwait, Iraq, Emirati Arabi e Qatar. Ovviamente le risorse vengono estratte da varie multinazionali del settore, provenienti da tutto il mondo, cui vengono affidati i lavori di costruzione, monitoraggio e gestione degli impianti. Ma il vero punto interrogativo è un altro: che fine fanno una volta estratte? I principali acquirenti (com’è facilmente intuibile) sono Europa e Asia, dato che tutta l’area Medio Orientale costituisce una sorta di ponte tra il vecchio continente e ciò che sta più ad est. Abbiamo già descritto il mercato energetico europeo la scorsa settimana, con un focus su quello italiano (vedi sblocca Italia, Tap ecc..). Basti sapere che Bruxelles sta percorrendo da qualche anno una strada di diversificazione delle fonti di approvvigionamento energetico, nel tentativo di svincolarsi dall’egemonia Russa. Ma vista la situazione di grande destabilizzazione in Libia (dalla quale attraverso gasdotti come il Greenstream arrivano risorse in Europa, via Italia) la difficoltà della ricerca di idrocarburi sul continente europeo stesso (vedi il recente fallimento, firmato anche Eni, nelle ispezioni geologiche in Polonia) e le difficoltà che stanno incontrando gli Stati Uniti nell’esportazione del prodotto recentemente scoperto sul proprio territorio (vedi Shale gas), le risorse del Mar Caspio e quelle Medio orientali sono al momento le opzioni più calde per l’UE. Ma gli Stati Uniti, impegnati nell’opera di allontanamento europeo dalla Russia, sono ben consapevoli dell’instabilità di regioni come Turkmenistan (non è un caso che gli USA occupino militarmente da anni il confinante Afghanistan), Azerbaijan e Kazakistan: fare affidamento esclusivo su questi stati, così vicini territorialmente alla Russia, sarebbe un grande rischio, e la stessa Unione Europea ne è al corrente. Lo sguardo viene volto quindi con vivo interesse al prodotto medio orientale, disponibile in abbondanza.

In un mondo come quello di oggi però, in cui il becero e bieco capitalismo la fa da padrone, le merci devono correre. Correre sempre di più. Ci si accorse quindi che piuttosto che far circumnavigare tutta la penisola arabica alle navi cargo cariche di petrolio e gas naturale liquefatto e sottostare al pagamento dei dazi doganali imposti dai tre stretti principali (Hormuz, Bal el Mandeb e Suez), si potevano risparmiare tempo e denari attraverso un’altra via: quella che passa attraverso la Siria e i Balcani.

 

Medio oriente

Le due principali fazioni, sauditi da un lato e iraniani dall’altro, e i loro progetti nel mercato energetici.

 

La Siria

Il gas qatariota dei giacimenti “South-Pars” e “North dome” (quell’enorme punto rosso che vedete nella prima cartina, da molti esperti paragonato per dimensioni e forma all’isola di Manhattan) impiegherebbe molto meno tempo per arrivare sui mercati europei, se fatto convogliare attraverso una pipeline che attraversi Giordania, Siria e Turchia. Damasco è però da sempre legata ai Russi, (tanto che le coste settentrionali siriane ospitano numerose basi militari degli stessi) e risultava quindi molto difficile per il Qatar intavolare una trattativa. Dall’altra parte del golfo invece, un’opzione molto più realistica in termini di diplomazia era il gasdotto “dell’amicizia” che avrebbe condotto il gas iraniano, attraverso l’Iraq e la stessa Siria, in Europa. Ovviamente un progetto simile avrebbe consolidato la dominazione sciita nell’area, indebolendo notevolmente (dal punto di vista economico e strategico) Stati sunniti quali l’Arabia Saudita e il Qatar. Dietro questo conflitto strategico, non è un segreto, si schierano apertamente gli Stati Uniti d’America (fronte saudita-sunnita) e la Russia ,che annovera tra i suoi alleati Siria e Iran (da non intendersi come alleati economici, dato che l’Iran è in concorrenza con la Russia sul mercato del gas.)

 

Nel 2011 si cominciò ad assistere al fenomeno delle primavere arabe. E la Siria non fu da meno: descritte dai mass-media occidentali come proteste portate avanti in modo pacifico, in opposizione al regime dittatoriale e sanguinario di Assad, a queste presto si sostituì una vera e propria guerra civile tra l’esercito libero Siriano (i cosiddetti “ribelli”) e le forze governative. La domanda che oggi più incalza in una frangia dell’informazione che in molti descrivono seccamente come “del complotto” è: “Come hanno fatto dei manifestanti pacifici a trasformarsi in un vero e proprio esercito nel giro di poche settimane?” La risposta ovviamente non è univoca, ma numerosi analisti ed esperti evidenziano come l’esercito siriano libero non fosse composto esclusivamente da cittadini siriani, ma altresì da forze mercenarie provenienti da vari Stati dell’area nord-africana e Medio orientale (ad esempio dalla Libia che da poco tempo aveva rovesciato Gheddafi). Assad disponeva però di numerose forze a suo favore, grazie all’aiuto di Iran e Russia, spaventate dall’ipotetica destabilizzazione della regione. Dopo le sconfitte subite dai ribelli, gli stati occidentali tentarono la via del conflitto armato diretto (come fatto con Hussein in Iraq e Gheddafi in Libia) provando ad utilizzare come pretesto, in consiglio di risoluzione ONU, il presunto uso di armi chimiche sui civili da parte del presidente Assad. Attacco che però non si è mai verificato.

 

Da poco tempo è stato desecretato, grazie alle pressioni del judicial watch (una fondazione americana che monitora le attività governative statunitensi), un rapporto della DIA (defense intelligence agency) sulla situazione irachena risalente all’agosto del 2012: in questa viene letteralmente predetto il futuro avvento di uno Stato islamico, teso ad congiungere le forze siriane e irachene di al-Qaeda ad altre organizzazioni terroristiche. Da qui parte la riflessione, sommaria e vuota (almeno in questo articolo) di approfondimento, ma a mio parere efficace: perchè lo Stato islamico, avendo l’occidente assistito alla sua genesi e al suo sviluppo, non ha visto opporsi un contrasto efficace della stessa coalizione internazionale a suo tempo? Perchè Stati Uniti, Francia, Gran Bretagna ed altri alleati solo da tre settimane a questa parte bombardano (e a detta di molti senza successo) i territori occupati dall’ISIS? Qualche maligno potrebbe arrivare a pensare che un cancro come l’IS, sguinzagliato nella terra dello scomodo Assad, avrebbe potuto finalmente dare un buon esito alla destabilizzazione della regione (fallita dopo le primavere arabe e la mancata risoluzione ONU del 2013), dando così avvio ad un restyling dei rapporti diplomatici e commerciali dell’intera area.

 

Oggi più o meno tutte le forze occidentali discutono alacremente di una necessaria uscita dalla scena di Assad. Il presidente siriano è stato però eletto regolarmente nel giugno del 2014, in un momento in cui l’attenzione internazionale gravitava già abbondantemente sull’area: su una complessiva popolazione di 17 milioni di persone, quasi 16 milioni avevano diritto al voto. Il presidente Assad è stato eletto con 10 milioni di consensi. Qualcuno potrebbe chiedersi come possa mai essere questo definito un risultato equo, vista la consistente presenza all’estero di sfollati e rifugiati: e qui arriva un dato sorprendente. Stando a quanto descrivono i media si presume che i rifugiati siriani, politici e non, emigrati in cerca di fortuna, siano dovuti alle cruente azioni di Assad. Nazioni favorevoli al rovesciamento della dittatura alawita in Siria sarebbero quindi state più che favorevoli a concedere il diritto di voto ai propri richiedenti asilo, consce del fatto che questi avrebbero sicuramente espresso il proprio dissenso contro il dittatore. Ebbene potenze come Stati Uniti, Germania, Francia, Turchia (nella quale si trova il più grande campo per profughi siriani d’Europa), Arabia Saudita ed Emirati Arabi, hanno impedito il voto presso le proprie ambasciate. Ma come? Non dovevano questi poveri cittadini sfollati esprimere il dissenso contro la causa del proprio male?
Al contrario Libano, Iran, Giordania, Oman, Yemen e i BRICS hanno consentito il voto. Sorge dunque l’interrogativo riguardo chi veramente sia stato la causa di tutte le sfortune più recenti del popolo siriano.

 

Il futuro

Nello scacchiere geopolitico odierno non è però solo la Siria a rivestire un ruolo da protagonista: c’è anche la Turchia. Protagonista del progetto statunitense Nabucco (in seguito naufragato), questa è oggi al centro della guerra energetica in corso, ma con un ruolo di doppiogiochista: da un lato finanzia l’ISIS attraverso il mercato del petrolio (come documentato in settimana dai russi) e destabilizza Iraq e Siria tramite l’appoggio a gruppi terroristici; dall’altro stringe accordi commerciali con la Russia per la realizzazione del gasdotto “Turkish pipeline”, anche se nell’ultima settimana il progetto, stando alle dichiarazioni di Alexey Miller (presidente del consiglio d’amministrazione di Gazprom), pare essere definitivamente tramontato (in conseguenza dell’abbattimento del caccia russo del 24 novembre scorso). Fondamentale sarà quindi capire da che parte si schiererà Ankara.

 

Occorre attendere inoltre la fine dell’ISIS (non troppo lontana vista l’efficacia delle azioni russe, cui si sono aggiunte ultimamente anche quelle di Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti) per osservare come evolverà la situazione nell’area medio orientale. Sicuramente si intensificherà in maniera notevole il contrasto Iran-Arabia Saudita (ad oggi ovattato da questioni “minori” come l’ISIS) sul mercato energetico e sull’egemonia nella regione. Non è un caso che gli americani abbiano riallacciato i rapporti con Teheran, dopo aver tentato per anni di contrastarli militarmente e strategicamente. L’Arabia Saudita non ha accettato di buon grado questa decisione e inoltre percepirà presto sulla propria economia il riflesso del crollo dei prezzi del greggio. La situazione è pericolosa perchè, come facilmente intuibile, ognuno ha interessi propri e non sono ancora ben definite le parti di un conflitto che pare imminente.

 

 

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Federico Lordi