Oxi! Cosa ci insegna sull’Italia il referendum in Grecia

Dopo settimane di roboanti titoli e accuratissime previsioni dei Nostradamus di casa nostra, che vedevano la schiacciante vittoria del “sì” come un’inevitabile certezza, la risposta delle urne greche è arrivata, chiarissima. Al #Greferendum, la Grecia ha detto no, anzi “oxi”.

risultatiQuello della Grecia non è, o non vuole essere, un Oxi all’Europa, o all’Euro – come vorrebbe Renzi, che a pochi giorni dal referendum twittava, con sprezzo del buonsenso e della lingua inglese: «The point is: greek referendum won’t be a derby EU Commission vs Tsipras, but euro vs dracma. This is the choice». I Greci – almeno il 61,3% di chi si è recato alle urne – hanno voluto dire “oxi” a questa Europa, un’Europa di vincoli lontanissima dall’idea di unione di popoli che ne ha animato la nascita. Quello dei cittadini greci è stato un “oxi” per cambiare la politica Europea. Un “Oxi” ai diktat della Troika, alle decisioni dell’asse franco-tedesco, all’austerity. Se questo si tradurrà in una vittoria sullo scacchiere europeo o se i tavoli dei negoziati salteranno effettivamente per aria e la Grecia verrà messa alla porta, lo vedremo dei prossimi giorni, fermo restando che le difficoltà non sono scomparse con la vittoria del “no” e che il domani non sarà facile. Secondo molti commentatori, quello della Grexit sarebbe lo scenario più probabile, ma non sono pochi gli economisti a smentire questa visione. Non rimane che attendere i prossimi sviluppi, l’incontro dell’Eurogruppo fissato per il pomeriggio del 7 luglio e la ben più preoccupante scadenza del 20 – quando, se Atene non restituirà i 3,5 miliardi di Euro ricevuti, sarà in default anche nei confronti della BCE.

Quello che possiamo dire già da oggi, però, è che la Grecia ci ha dato una grande lezione di democrazia, seguita da un gesto – le dimissioni dell’ormai ex ministro dell’Economia Varoufakis, che ha fatto un passo indietro per favorire i negoziati – di grande dignità e responsabilità, soprattutto agli occhi di noi italiani, abituati a vedere politici incollati alla poltrona pure quando perdono, figuriamoci quando vincono. Quello che la Grecia ci ha insegnato in questi giorni, però, va al di là del risultato del referendum e, più che sull’Europa, sul popolo greco o sui negoziati internazionali, riguarda l’Italia, noi. Il Paese di 60 milioni di abitanti e 60 milioni di economisti. Quello che resterà di un momento che – in positivo o in negativo – segnerà indelebilmente la storia dell’Europa, sarà l’inadeguatezza della stampa italiana e l’opportunismo della politica.

Con l’avvicinarsi della scadenza fissata per la restituzione del prestito al FMI e sin dalle prime voci di un possibile referendum popolare sull’accettazione o meno delle condizioni dettate dalla Troika, i giornali italiani – dopo aver ignorato per anni le infelici condizioni dei cittadini greci – si sono riempiti di descrizioni post-apocalittiche della Grecia e dei suoi abitanti: file chilometriche ai bancomat, fuga dei turisti, panico e disperazione a ogni angolo di strada. Federico Furbini, vicedirettore del Corriere della Sera e inviato ad Atene, fra i chiari segni «che in questi giorni le fedeltà intorno a Tsipras si stanno disintegrando insieme alla tenuta del governo» e uno Tsipras «smarrito» che «ha capito che è alla fine, e vuole perdere sul campo da eroe: sconfitto semmai dalla volontà popolare dei greci ma non dalla Germania», ha descritto un’Atene al collasso, pronta a crollare definitivamente in caso di una vittoria del no. A smontare le sue drammatiche descrizioni – focalizzate principalmente sulle file davanti alle banche e sull’Acropoli deserta – è stato Matteo Nucci su minima&moralia, che negli stessi giorni ha visitato la stessa città, le stesse vie restituendone un ritratto opposto. Non che la situazione della Grecia sia tutta rose e fiori, sia chiaro, ma l’insistente spinta sulla disperazione e sulla paura ha un messaggio chiaro: guardate! Siamo i prossimi, potrebbe succedere a noi. Per questo la grancassa dell’informazione italiana per giorni ha fomentato la paura di un crollo imminente se non già reale, ha dato il “sì” come certo, ha mascherato da Europeismo l’inginocchiamento nei confronti della Germania e semplificato con l’onnipresente racconto dei “greci-cicale” che hanno sperperato tutto prima che arrivasse l’inverno della crisi una situazione decisamente più complessa. Tutto questo senza dimenticare le scottanti rivelazioni su un giovane Tsipras «antagonista» appena sbarcato per – udite, udite – «manifestare contro il G8» di Genova e respinto dalle autorità italiane – si sa, noi preferiamo premiare chi era dall’altro lato a torturare i manifestanti. Ma l’abisso del giornalismo italiano è molto più profondo. «Panorama», dopo una serie di copertine che sparavano a zero sulla Grecia e sul suo leader, ha deciso di buttarsi su un ben più cinico sciacallaggio: «Grecia in vendita. Case da comprare e vacanze di lusso: le grandi occasioni di un Paese in svendita». Venghino, siori, venghino.

Il no ha spiazzato commentatori. Per correre ai ripari, c’è chi ha preferito fare finta di niente, come la neo-rinata «Unità», che è riuscita a cancellare la notizia del referendum dalla prima pagina, e chi, come Libero – già distintosi per i «Grecia fuori dall’Euro. I consigli per i turisti italiani in vacanza» e «Default Grecia: perché non andare in vacanza in Grecia» – che ha abbandonato il tasto della paura per spingere direttamente quello del terrore irrazionale: «Grecia, il 20 luglio il terremoto: verso il default. La guida: come difendere i vostri risparmi». Ma sulle colonne del giornale di Belpietro c’è posto anche posto per la leggerezza: «Merkel sfatta dopo la vittoria del “no”: secondo voi a chi assomiglia?». Anche i commentatori e i giornali più autorevoli, però, mostrano una malcelata insofferenza per il risultato del referendum greco: «Non a caso il governo di Tsipras ad Atene è sostenuto anche dai Nazisti di Alba Dorata (Stefano Folli, «La Repubblica»), «Non è certo che gli elettori manterranno l’ordine pubblico, quando scopriranno di avere a che fare con l’ennesimo demagogo (Federico Furbini, «Il Corriere della Sera»), «L’Europa è ben più importante della Grecia. Il voto di ieri può aver deciso le sorti della Grecia. Otto milioni di greci non possono decidere le sorti ell’Europa (Stefano Stefanini, «La Stampa»), «Ich bin ein Merkelianer» (Claudio Cerasa, «Il foglio»).

C’è da dire che sul carro del vincitore era rimasto davvero pochissimo posto, visto che da destra a sinistra, politici di ogni colore si sono riscoperti fan di Tsipras e della sua grande prova democratica contro i cattivoni di Bruxelles. Così, sotto l’ombrello del ritrovato filoellenismo ci sono proprio tutti, dalla destra (estrema e non) alla sinistra che è partita in pellegrinaggio verso piazza Syntagma. Ad applaudire al nuovo statista europeo sono proprio tutti, da Alemanno a Ferrero, da Borghezio a Brunetta, dalla Santanché a Rita Dalla Chiesa, passando per l’europarlamentare assenteista Salvini che si batte contro «l’Unione Sovietica della disoccupazione e dell’immigrazione» e inneggia alla ruspa anche per Renzi per arrivare a Fiore, leader di Forza Nuova. Grillo, volato ad Atene per mettere il cappello a un referendum che, secondo gli stessi leader di Syriza, ha poco o nulla a che vedere con le politiche del 5stelle, tornato in patria dopo la pessima accoglienza di piazza Syntagma, ha deciso di celebrare la vittoria del “no” pubblicando nientedimeno che un’intervista a Nigel Farage (realizzata qualche giorno fa, ci tengono a specificare). Sì, proprio il leader dell’UKIP – l’ultradestra britannica accanto a cui siedono gli europarlamentari 5 stelle – che nulla ha a che spartire con le politiche e la visione di Syriza e del suo leader, ma che dal blog pontifica «l’Euro non ha futuro».

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Costanza Giannelli

Nasce e cresce (poco, in realtà) in Toscana. Nel 2013, dopo la laurea in Storia Contemporanea si trasferisce a Roma, dove approda alla redazione di Lineadiretta24. Lettrice onnivora e incontenibile logorroica, è appassionata di politica, diritti, storia, De Andrè e Scrubs, non necessariamente in quest’ordine. Curiosa di natura e polemica per vocazione, ama l’India e colleziona lauree, ma giura che la terza sarà l’ultima.