Obama a Cuba da Raul Castro, da conquistatori a pari

Obama a Cuba

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Messa in sordina dagli sconcertanti attentati di Bruxelles, la visita del presidente statunitense Barack Obama a Cuba, tra dissapori, sospetti e prese di posizione, ha segnato certamente un momento storico ponendo fine a una piccola guerra fredda durata più di cinquant’anni.

A risaltare, in queste intense giornate, sono forse state proprio le convenzioni, le retoriche di cortesia, i modelli di comportamento. Che sia ospite o conquistatore (solo il futuro potrà dircelo) Obama a Cuba è arrivato indubitabilmente da ospite, invitato speciale certo, ma non proprietario di casa. Per riceverlo sono state tirate a lucido le uniformi e le consuetudini, ma nel presentarsi sulla soglia il Presidente non ha peccato di esuberanza e non si è mostrato arrogante. Anzi, a dirla tutta, restando alle cose che si dicono, Barack Obama, primo presidente nordamericano in visita ufficiale a Cuba, si è mostrato profondamente rispettoso, onesto nell’ammettere il fallimento della politica americana nei confronti di cuba e disposto a confrontarsi da pari a pari sulle questioni future. A partire dalle differenze, da forme politiche diverse, ma insieme e con rispetto, con grandi speranze (possiamo osar di dire) per costruire un futuro migliore.

Obama a Cuba

Stando alle cose che si dicono, insomma, Barack Obama a Cuba non è stato il colonizzatore, né si è presentato come tale. Il problema sarà però costituito dalle cose che si fanno, e nell’incontro con Raul Castro al Palazzo della Rivoluzione (luogo eminentemente simbolico dove ricevere il Presidente U.S.A), il Presidente Cubano non le ha mandate certo a dire: ringraziamo Obama per le belle parole, ma qui abbiamo ancora Guantanamo e il bloqueo rimane assolutamente solido. Quell’embargo che, ha dichiarato Obama nel suo saluto al popolo cubano al teatro Alicia Alonso (trasmesso in diretta nazionale, prima volta in assoluto per un presidente straniero), ‹‹come presidente degli Stati Uniti ho chiesto al Congresso di eliminare, si tratta di un carico obsoleto al popolo cubano, è un onere per gli americani che vogliono lavorare qui, investire a Cuba, arrivando a Cuba. E’ tempo di togliere l’embargo››.

Quello di Obama a Cuba è stato un discorso molto ragionato, direttamente rivolto ai giovani Cubani e a tratti ricco di ammende. Come nel passaggio in cui Obama ha sottolineato le divergenze e il disaccordo, strappando qualche sorriso nel dire che ‹‹lui (Castro) ha messo in risalto le falle del sistema statunitense: la diseguaglianza sociale, la pena di morte, la discriminazione razziale, le guerre all’estero. Solo come esempio, lui ha una lista molto più lunga della mia. Ma i Cubani devono capire che a me piace questo dibattito, questo dialogo, perché è buono, è salutare e non bisogna averne paura››.

Obama a Cuba

Tutti in effetti sognano un mondo in cui la pecora e il lupo bevano dallo stesso ruscello scambiandosi un sorriso. Ma non bisogna dimenticare che, al di là della retorica, dell’esteriorità da pari a pari, Cuba e gli Stati Uniti non sono pari, non possono essere pari e non saranno mai pari. Che il gigante imperialista non voglia più schiacciare il piccolo paese con le bombe è una conquista, ma non significa che non voglia schiacciarlo in altro modo. I lupi perdono il pelo, ma due giorni dopo si complimentano per i successi di Macrì in Argentina, che in quattro e quattrotto sta asfaltando welfare e diritti sociali; ma continuano a considerare e trattare il Venezuela – perno socialista ben più fondamentale di Cuba – come un pericolo inusuale per la sicurezza degli stati Uniti, applicando sanzioni e tentativi di destabilizzazione che poco hanno da invidiare a quelli occorsi contro Cuba. Perde il pelo insomma, si mette la cuffietta della nonna e fa la vocina dolce, ma il vizio rimane. E non è da persone scortesi essere scettici.

@aurelio_lentini

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Aurelio Lentini

Laureato in Scienze Storiche presso L'università Statale degli Studi di Milano, oggi conduce una piccola libreria online, collabora con varie testate online, scrive, e tenta di venire a capo del mondo prima che il mondo venga a capo di lui.