Nuovo Piano di Atene: decelerazione tattica

C’è un momento in cui prima di sorpassare si mantiene l’auto su di giri ma si alza il piede dall’acceleratore, magari in attesa che passi il traffico in senso contrario onde evitare uno scontro frontale. Così, dopo giorni di attesa e giochi tattici il governo di Atene invia la sua proposta alle istituzioni: alcuni gridano al tradimento, altri plaudono la fermezza, e infine c’è chi critica ma non se la sente di dare la croce in testa a Tsipras, che ieri notte ha incassato il voto favorevole del parlamento in vista dell’Eurogruppo di oggi, sebbene con qualche defezione della sinistra del partito.

Le istituzioni, per bocca di Dijsselbloem, presidente dell’Eurogruppo, si sono ieri già espresse piuttosto favorevolmente al piano presentato dal governo di Atene: una riforma lacrime e sangue che in certi casi è già stata definita come il terzo memorandum: una manovra da quasi 13 miliardi in cui sono ricomprese molte delle questioni che ancora erano in stallo nelle trattative prima del Referendum.
Da ore circolano in rete i dati e le cifre: aumento dell’IVA (ma mantenimento di soglie basse per energia, generi di prima necessità, libri e altri settori cari al governo), via lo sconto del 30% alle isole, imposte societarie dal 26 al 28%, penalizzazione delle baby-pensioni e aumento dell’età pensionabile a 67 anni dal 2022, avanzo di bilancio all’1% per il 2015 e progressivamente fino al 3,5% nel 2018 (l’ex troika lo voleva più alto già da subito), nuove privatizzazioni (ma non indiscriminate come voleva la troika) e aumento della fiscalità su lusso e armatori. (Le sintesi più puntuali sono disponibili sul sito del Sole24Ore); ma al di là di tutto è necessario porre l’attenzione sul merito della questione.

Poiché o si ammette, come dicono alcuni, che Tsipras è un presuntuoso volta gabbana che a meno di una settimana dal NO sconfessa il 61% del popolo Greco avente diritto di voto, oppure ci si ferma un attimo a ragionare, cosa che molti ieri mattina si sono ben guardati dal fare. Se si fosse posta la dovuta attenzione al documento, oltre la “riduzione” dell’aumento dell’avanzo di bilancio, sarebbero saltate all’occhio due questioni strettamente vincolate al piano presentato: la richiesta di un programma di sostegno superiore ai 50 miliardi al Fondo Salva Stati e l’impegno sulla ristrutturazione del debito.

Forse i più goliardici avrebbero preferito il muso duro, e non è detto che all’indomani del referendum gli addetti alle trattative non ci abbiano provato, ma una settimana di asfissia e instabilità ha già portato a un necessario aggiustamento delle manovre dagli 8 miliardi pre-referendum ai 13 di questi giorni, e lunedì le banche greche sono destinate a fallire. Di aria in questa stanza non ne è rimasta più, quindi l’unica alternativa a un accordo sarebbe l’uscita della Grecia dall’Euro, con conseguente apriti cielo per tutti.

Probabilmente le illusioni si pagano, e i tecnocrati dell’ex-troika sono stati più duri del previsto senza nessuna disposizione a trattare, e assolutamente aperti a un’ eventuale Grexit – o, come sostengono alcuni commentatori a un “Alexit”, cioè un abbattimento del governo. Dunque, volendo evitare l’uscita dall’Euro, l’accettazione, o meglio la proposta – altra questione non indifferente, di un pacchetto di riforme del genere strettamente collegate alle due questioni di cui sopra potrebbe essere la migliore via d’uscita, o quantomeno la più ragionevole.

In primo luogo perché nel dettaglio alcune questioni (anche sull’aumento dell’iva che in alcuni casi rimane al 6%) sono più vicine ai desideri di Atene che a quelli delle Istituzioni, ma soprattutto perché la concessione di un prestito di tale entità (prima del referendum si prevedeva una manovra di 8 miliardi a fronte di prestiti per 7,5 miliardi, oggi si parla almeno di 53,5 miliardi a fronte di una manovra da 13, ed è bene sottolinearlo) garantirebbe al governo greco la liquidazione del contenzioso con il Fondo Monetario Internazionale e una stabilizzazione del Paese (che ad oggi è in caduta libera) fino al 2018, senza dover rinegoziare ogni tre mesi vari micro-prestiti e allentando almeno per tre anni il cappio intorno al collo. Ciò comporterebbe la non indifferente possibilità di concentrare la battaglia politica sulla questione del debito, portando la discussione in seno alla sola Europa, e consentirebbe di guadagnare tempo prezioso, viste le elezioni di novembre in Spagna e i recenti umori in ambiente francese(che ha fortemente sostenuto la proposta di Atene – Hollande stesso è stato il primo a commentare positivamente la proposta greca giovedì sera), per uscire da un isolamento politico totale che preclude seriamente ogni iniziativa.

La battaglia per uscire dall’asfissia può costare cara, ma la guerra è sul debito e su una diversa idea d’Europa. La sfida greca non si vince né si perde tra oggi e domani, e mai come in questo momento c’è bisogno di un briciolo di sangue freddo e serenità, di tempo, e di alleati. Sorpassi del genere si fanno poche volte nella storia.

@aurelio_lentini

 

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Aurelio Lentini

Laureato in Scienze Storiche presso L'università Statale degli Studi di Milano, oggi conduce una piccola libreria online, collabora con varie testate online, scrive, e tenta di venire a capo del mondo prima che il mondo venga a capo di lui.