Chiusa a tempo di record la “Moschea aperta” di Cape Town

Dove non può la religione, può la burocrazia. Inaugurata da soli quattro giorni, la “Moschea aperta” di Cape Town è stata costretta a chiudere i battenti. È stato forse a causa degli integralisti islamici o delle minacce al suo fondatore? Niente affatto, il problema sono i parcheggi.

Era un esperimento unico nel suo genere, una vera rivoluzione religiosa: la prima moschea aperta a tutti, indipendentemente dalla fede, dall’orientamento sessuale e dal genere. La Wyben Open Mosque, però, ha avuto vita breve. L’avevano definita “la prima moschea gay-friendly”, ma doveva – e poteva – essere molto di più: il volto di un Islam diverso, un luogo in cui tutti, uomini e donne, gay, musulmani e cristiani potessero ritrovarsi e pregare insieme. Un’iniziativa per combattere l’Islam radicale, la cui «teologia perversa», ha detto il fondatore Taj Hargey durante la preghiera inaugurale, «promossa da paesi come l’Arabia Saudita e il Pakistan, ha dato origine alla nascita di gruppi “fanatici” come lo Stato Islamico in Iraq e Siria, i talebani in Afghanistan e Boko Haram in Nigeria». Un luogo di culto islamico nato per difendere parità di genere e uguaglianza, in cui donne e uomini sedessero vicini senza divisori o muri assieme a omosessuali e non musulmani però, agli integralisti non è andato giù. «Da quando ho annunciato il mio progetto – ha spiegato Hargey ai giornalisti – sono stato oggetto di minacce sia fisiche che psicologiche. Mi hanno minacciato di castrarmi, decapitarmi, di appendermi per i piedi. Ma il Sudafrica ha la costituzione più liberale del mondo e questi individui non hanno potuto impedirci di aprire».

Se i musulmani osservanti non sono riusciti fermare l’apertura della moschea, però, il Consiglio comunale di Città del Capo è riuscito a farla chiudere in appena quattro giorni. L’inaugurazione era riuscita senza problemi, e le minacce di azioni eclatanti da parte dei contestatori si erano risolte in un piccolo raggruppamento di manifestanti che ha cercato di sbarrare il passaggio ai fedeli giunti per la preghiera, sventolando cartelli con scritto «Andrete all’inferno». Le polemiche e le tensioni, però, sono arrivate fino al cuore dell’amministrazione cittadina, che sembra aver cercato in fretta e furia un pretesto per far chiudere la struttura. Un provvedimento ad hoc varato a tempo di record, infatti, ha stabilito che i luoghi di culto debbano avere almeno dieci posti auto, un bel problema per la moschea, sprovvista di parcheggio. Secondo le autorità comunali, poi, mancherebbe l’autorizzazione al cambio di destinazione d’uso dell’ex magazzino che ospita i locali dell’Open Mosque: per motivi di sicurezza, dicono, è inevitabile la chiusura a tempo indeterminato della struttura. Hargey, però, è intenzionato a resistere – anche se per chiedere la riapertura della moschea ci vorranno almeno sei mesi – e in un’intervista alla BBC ha dichiarato: «Il Consiglio comunale sta cercando di chiudere la moschea con regolamenti ridicoli e non mi lascerò spaventare da loro né da nessun altro. In questo paese abbiamo libertà di religione e di espressione. Nessuno ha il diritto di dire a qualcun altro in cosa credere. Questa è una moschea autonoma, indipendente e basata sull’uguaglianza di genere. E tale rimarrà. È pura intimidazione. Di cosa hanno paura? Perché sanno che se questa moschea avrà successo, il loro monopolio teologico sarà finito».

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Costanza Giannelli

Nasce e cresce (poco, in realtà) in Toscana. Nel 2013, dopo la laurea in Storia Contemporanea si trasferisce a Roma, dove approda alla redazione di Lineadiretta24. Lettrice onnivora e incontenibile logorroica, è appassionata di politica, diritti, storia, De Andrè e Scrubs, non necessariamente in quest’ordine. Curiosa di natura e polemica per vocazione, ama l’India e colleziona lauree, ma giura che la terza sarà l’ultima.

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