«Morto per malnutrizione», una pietra tombale sul caso Cucchi.

Alla 24esima udienza del processo, le indagini avevano portato a credere che i poliziotti lo avessero brutalmente malmenato, inoltre, le dichiarazioni del padre a poche ore dall’accaduto sono importanti, l’uomo racconta che Stefano gli ripeteva «Mi hanno incastrato papà!», come se sapesse in anticipo qual’era il suo destino. I medici dell’ospedale, dopo la sentenza di primo grado, sono risultati inadempienti nel somministrare le dovute cure al giovane per far sì che si rimettesse in salute. Non è il primo caso in Italia e anzi, questa verità emersa come finale di una lunga agonia, getta un’ombra di sconforto sulle vittime di episodi così bestiali, in cui spesso sono stati coinvolti direttamente agenti delle forze dell’ordine, casi in cui si è paventato il forte sospetto di abuso d’ufficio e di potere e, purtroppo, mai del tutto realmente emerso come vera e propria responsabilità personale.
I “fratelli” di Cucchi hanno in comune con lui il medesimo, drammatico destino e lo stato d’animo delle loro famiglie, inermi davanti all’unica e ultima istanza a cui appellarsi, la richiesta di giustizia per fare luce sulla verità e onorare l’innocenza di queste giovani vittime, magari troppo incoscienti.
Per non dimenticare, riportiamo brevemente le storie di Federico Aldrovandi, Marcello Lonzi, Aldo Bianzino, Riccardo Rasman, Gabriele Sandri e Giuseppe Uva.
Federico Aldovrandi, nato a Ferrara il 17 luglio 1987, è morto a soli 18 anni il 25 settembre 2005, fermato alle ore 5.47, mentre tornava a casa dopo una serata con gli amici e trovato in stato di ebrezza e sotto l’effetto di stupefacenti ma in piccole quantità, venti minuti più tardi i poliziotti chiameranno il 118 ma per Federico sarà troppo tardi.
Marcello Lonzi, morto nel carcere di Livorno con 8 costole rotte e due buchi in testa l’11 luglio 2003, il caso è stato archiviato nel 2010: morte per “infarto”. La Corte Europea dei diritti dell’uomo adita dalla mamma, Maria Ciuffi, ha respinto il ricorso. Marcello trova la morte all’età di 29 anni.
Aldo Bianzino, il 12 ottobre del 2007 ,viene arrestato con la sua compagna Roberta con l’accusa di possedere alcune piante di marijuana. Il giorno dopo vengono trasferiti al carcere di Capanne (PG). Roberta viene condotta in cella con altre donne, mentre Aldo, che al momento della reclusione è in buone condizioni di salute, in isolamento. La mattina seguente la polizia penitenziaria entra nella cella di Bianzino e lo trova agonizzante. Morirà poco dopo.
Riccardo Rasman, 34 anni, affetto da “sindrome di schizofrenia paranoide”, muore il 27 ottobre del 2006 per “asfissia da posizione” nella sua casa di Trieste dopo l’intervento di due pattuglie della polizia.
Gabriele Sandri, “Gabbo” per gli amici, l’11 novembre 2007 si trovava in un autogrill di Arezzo in compagnia di alcuni amici con i quali condivideva la passione per la Lazio. All’improvviso, lo scontro con alcuni tifosi della Juve. Una pattuglia della stradale si ferma sulla carreggiata opposta. Uno degli agenti spara uno, forse due colpi di pistola. Gabriele, che si trovava sul sedile posteriore della macchina che in quel momento stava abbandonando l’autogrill, viene colpito. Morirà di lì a poco, aveva 26 anni.
E’ il 14 giugno 2008 quando Giuseppe Uva, in compagnia dell’amico Alberto Biggiogero, viene fermato dai carabinieri di Varese in stato d’ebbrezza. Secondo le dichiarazioni dell’amico, anch’egli portato in caserma, Uva è stato massacrato di botte. Giuseppe morirà qualche ora dopo in ospedale. Cinque anni dopo, gli unici indagati nelle vicende del caso Uva sono sua sorella Lucia, la iena Casciari e il direttore di Italia 1, denunciati per diffamazione nei confronti delle forze dell’ordine.
Trovare la morte in circostanze sospette porta a chiedersi quali siano i motivi che le rendono tali e, compito della giustizia, è proprio condurre a delle risposte che possano avvicinarsi, non solo a descrivere ma soprattutto a ricostruire alla luce dei diritti e in modo più realistico possibile una verità, un obbligo come doverosa forma di riscatto e conforto per i famigliari delle vittime.

Eva Del Bufalo

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