Medio Oriente, ancora tensioni nel processo di pace

Il Presidente dell’Autorità Palestinese Abu Mazen ha respinto la richiesta di dimissioni e, tuttavia, prospettato la possibilità di incaricare una nuova delegazione o di riaprire le trattative sotto l’egida di una terza parte, nella fattispecie gli Stati Uniti.
Mohammed Shtayyeh, uno dei negoziatori, ha dichiarato all’agenzia stampa francese AFP: «nella mancanza di una volontà politica da parte di Israele di prendere i negoziati seriamente, crediamo che sia meglio non raggiungere alcun accordo che arrivare ad un cattivo accordo», facendo riferimento «un accordo basato sulle ambizioni coloniali di Israele piuttosto che principi di diritto internazionale universalmente accettati».
Shtayyeh avrebbe, inoltre dichiarato: «Perseverando nella costruzione di insediamenti in Palestina, il governo di Israele dimostra di non essere interessato a raggiungere un accordo di pace […] Israele usa i negoziati esclusivamente come uno strumento per evitare la pressione internazionale mentre, di fatto, porta avanti i propri piani di colonizzazione anziché dei piani per la pace».
Un altro ufficiale dell’Autorità Palestinese – che ha richiesto all’agenzia stampa di rimanere anonimo – ha concordato con Shtayyeh sulla premessa che non sia possibile portare avanti le trattative per la pace in concomitanza con la costruzione di nuove colonie nei territori che dovrebbero vedere la nascita del futuro Stato di Palestina.

La prospettiva di un’interruzione dei colloqui rappresenta prevedibilmente un motivo d’apprensione anche all’interno delle Nazioni Unite, dove il Coordinatore Speciale per il processo di Pace in Medio Oriente Robert Serry ha commentato: «In un momento così delicato, è indispensabile evitare delle iniziative negative e fornire sostegno ai colloqui in corso per preservare le possibilità in gioco di arrivare alla soluzione dei due Stati nell’interesse sia degli Israeliani che dei Palestinesi».

A seguito dell’annuncio di nuove costruzioni, il premier Israeliano Benjamin Netanyahu ha richiesto una revisione del piano d’insediamento, nel timore di perdere il sostegno delle potenze alleate, in particolare, degli Stati Uniti, contro il programma nucleare Iraniano. A questo proposito, venerdì è atteso in Israele John Kerry, che parteciperà ad un incontro per discutere delle minacce provenienti da Teheran. Il Segretario di Stato Americano è stato uno dei principali promotori della ripresa di quel processo di pace che aveva subito uno stallo proprio per via dell’espansione degli insediamenti Ebraici. Processo che Israele non ha alcun interesse a boicottare, nel momento in cui Obama rende noto di voler revocare alcune sanzioni nei confronti del regime di Ahmadinejad.

Claudia Pellicano

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