Maternità e (mal)educazione

È risaputo, in Italia non nascono abbastanza bambini. Nonostante l’apporto delle donne immigrate, la curva del tasso di natalità sembra destinata a flettersi inesorabilmente. Sembra, perché presto le cose potrebbero cambiare. Come? La ricetta ancora è segreta, ma la ministra della Sanità alla fine di marzo ha rivelato ad Avvenire: «Già, i bambini. Devono tornare a nascere e serve educare alla maternità. Ho in testa una nuova sfida, un grande piano nazionale di fertilità. Il crollo demografico è un crollo non solo economico, ma anche sociale. È una decadenza che va frenata». Secondo la Lorenzin, le donne devono riscoprire il piacere della gravidanza in giovane età, e «bisogna dire con chiarezza che avere un figlio a trentacinque anni può essere un problema, bisogna prendere decisioni per aiutare la fertilità in questo Paese e io ci sto lavorando». Peccato che la “decadenza” non sia – soltanto – quella delle nascite ma anche, e soprattutto, quella del welfare. Qualcuno dovrebbe ricordarle che se le donne non fanno figli fino a quarant’anni non è perché sono maleducate ma perchè spesso chi ha la fortuna di avere un lavoro è schiavo di un precariato senza fine, di contratti atipici e stipendi irrisori. E che, senza lavoro e senza soldi, anche avere un figlio a venticinque anni può essere un problema. {ads1} Forse, la ministra dimentica che l’Italia ha un tasso di disoccupazione giovanile superiore al 40% e che, banalmente, per crescere un figlio servono soldi, tanti soldi. Save the children, nel rapporto Mamme e crisi, mostra come «gli effetti della crisi colpiscono le mamme in modo sempre più grave, evidenziando, in Italia, un circolo vizioso che lega il basso tasso di occupazione femminile, l’assenza di servizi di cura all’infanzia, le scarne misure di conciliazione tra famiglia e lavoro e la bassa natalità, con una pesante ricaduta sul benessere dei bambini. (…) In Italia quasi 2 donne su 3 sono senza lavoro se ci sono due figli mentre resta inattivo il 36,4% delle donne dai 25 ai 34 anni. (…) Solo nel periodo tra il 2008 e il 2009 ben 800.000 mamme hanno dichiarato di essere state licenziate o di aver subito pressioni a seguito di una gravidanza, anche a causa del meccanismo delle “dimissioni in bianco”». Ecco, forse invece di un “grande piano di natalità” – che evoca ricordi poco felici – avremmo bisogno di politiche che permettano di essere madri e donne che lavorano, di uno stato sociale che garantisca quei servizi indispensabili come gli asili nido statali, di una lotta alla disoccupazione e al precariato che non sia solo fatta di belle parole. {ads1}

Invece di “educare alla maternità”, si dovrebbe educare alla libertà di scelta. All’autodeterminazione. Del resto, in Italia chi i figli non può averli ma li vuole è costretto ad una corsa a ostacoli tra lungaggini burocratiche o impedimenti legali. Basta pensare alla famigerata Legge 40 sulla procreazione assistita, alle difficoltà dell’adozione e alle coppie omogenitoriali.
Se la Lorenzin vuole delle idee su come vincere la “battaglia demografica” basta un libro di storia. Chissà, forse questa volta riusciremo davvero a trasformarci in un grande impero. Mentre si occupa di “educare” le donne, però, la ministra potrebbe pensare anche al problema dell’obiezione di coscienza, ormai endemico in tutto il Paese ma drammatico in quelle regioni in cui quasi l’80% dei medici rifiutano di praticare aborti o prescrivere contraccezione d’emergenza. Mentre dipinge la maternità come un “obbligo” di ogni donna patriottica per il bene del Paese, potrebbe pensare a promuovere la contraccezione tra i giovani e i giovanissimi, sessualmente (iper?)attivi ma disinformati. Perché, ça va sans dire, di sesso e del corpo femminile se ne parla solo in chiave riproduttiva. Invece di lanciare grandi sfide e pensare a piani di fertilizzazione di massa, la ministra della Sanità potrebbe pensare a garantire davvero l’uguaglianza di tutti i cittadini e le cittadine, per far sì che la gravidanza possa essere davvero una libera scelta non condizionata dalla povertà e dal precariato. Per tutto il resto, dovrebbe lasciare a ogni donna il diritto di decidere per sé.

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Costanza Giannelli

Nasce e cresce (poco, in realtà) in Toscana. Nel 2013, dopo la laurea in Storia Contemporanea si trasferisce a Roma, dove approda alla redazione di Lineadiretta24. Lettrice onnivora e incontenibile logorroica, è appassionata di politica, diritti, storia, De Andrè e Scrubs, non necessariamente in quest’ordine. Curiosa di natura e polemica per vocazione, ama l’India e colleziona lauree, ma giura che la terza sarà l’ultima.

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