Lo spartiacque dal Maestrale a Nassiriya

Un evento clamoroso che ha segnato uno spartiacque per la storia del mondo e, in particolare, per l’attuazione delle operazioni di peace keeping, gestite in capo all’ONU.
Allora il terrorismo rendeva scacco a qualsiasi forza di contrapposizione, difficile individuarlo e controllarne le mosse, compiva attacchi mirati, pianificati e potenti, mentre gli eserciti multitask internazionali non potevano, in attuazione di missioni di pace, controbilanciare gli attacchi, o, semplicemente proteggersi e difendersi con i giusti mezzi. Si è trattato quindi di un problema organizzativo, logistico ma, soprattutto, di un problema di responsabilità e di sicurezza, di un problema di risorse e di progettualità nell’espletare le funzioni e le operazioni in modo adeguato e consono alla situazione irachena. Missioni spesso caldeggiate in propaganda politica, per velletarismo e giustizialismo ma che, nella realtà dei fatti, diventano spargimenti di sangue di addetti ai lavori e civili. Il grido pacifista che seguì dopo l’accaduto,« Dieci, cento, mille Nassiriya!» echeggia ancora nelle coscienze, ogni qual volta ci troviamo a prendere la decisione scottante di inviare forze nazionali in missione di pace o, quando, si profila davanti ai nostri occhi l’orrore di un nuovo attentato e di un’ennesima strage, nell’ambito di missioni di pace concertate sui tavoli internazionali. Di chi sono le responsabilità? È un problema di protezione e di «sottovalutazione del rischio» : Vincenzo Lops, Bruno Strano, oggi entrambi generali dell’esercito, e Georg Di Pauli, generale dei carabinieri, furono messi sotto accusa per non aver protetto a sufficienza la base Maestrale in qualità di responsabili. Tuttavia, il problema è stato nascosto dall’assoluzione dei tre, a cui è seguita soltanto la decisione di un risarcimento per le vittime. E’ una questione strategica relativa ai sistemi di intelligence internazionali, allora nel clou dell’attività e in massimo allarme, dopo la devastazione della sede dell’ONU a Baghdad. Riccardo Sacccotelli, maresciallo dei carabinieri ora in congedo, dichiara a radio 24: « Lo Stato mi ha abbandonato. Prima mi faceva male ma ora capisco chi diceva 10, 100, 1000 Nassiriya. Io rifiuto qualsiasi medaglia d’oro che lo Stato voglia riconoscermi: quella medaglia è soltanto fatta di oro, simbolo delle lacrime, di come si piange e ci si strappi i capelli. I tre generali indagati però sono stati ricompensati dallo Stato con le più alte onorificenze: l’Ordine militare d’Italia e il Cavalierato della Repubblica. Questo è stato fatto mentre c’erano i processi in corso. Cosa devo fare allora io? Andare lì (dal Capo dello Stato per l’onorificenza, ndr) a farmi prendere in giro? Io ero di guardia là fuori, sono uno dei pochi rimasti vivi e ho visto i miei amici e commilitoni fatti a pezzi: qualcuno mi deve dire che cosa è successo. Eravamo di guardia a difendere non una caserma ma l’ultimo lembo del territorio italiano». Il Ministro della Difesa Mario di Mauro ha ricordato le vittime di quel tragico evento come l’emblema della ferocia del terrorismo fondamentalista e una scossa tellurica per le forze armate italiane. Interroghiamoci sul significato delle missioni di pace.

Eva Del Bufalo

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