Le identità mancate nel mare di Lampedusa

Pochi terribili istanti e il mezzo inizia ad imbarcare acqua proprio mentre si trova davanti all’Isola dei Conigli. A bordo viene subito acceso un fuoco, segnale disperato lanciato contro qualche peschereccio. L’imbarcazione ha il ponte sporco di benzina e l’incendio che divampa la fa colare a picco. Le urla di panico dei cinquecento passeggeri che, qualche testimone da terra confonde con i versi striduli dei gabbiani, squarciano il silenzio. Molti esaleranno il loro ultimo respiro in quelle acque che fino a poco tempo prima avevano sostenuto la loro speranza. Il resto è storia nota, cronaca agghiacciante.

Li chiamano profughi, clandestini, migranti. E lo sono. Sono esistenze in fuga, martoriate dall’inferno delle loro patrie; da guerre etniche, fame, povertà e governi corrotti. Gente cresciuta nel labirinto della disperazione, in cerca di vie d’uscita che spesso, possono rivelarsi, come in questo caso, fatali; disposta ad affrontare i rischi di viaggi interminabili su barche non a norma, malmesse, legate alla criminalità organizzata e guidate da scafisti senza scrupoli. In fondo, le insidie del mare, per loro, rappresentano  un male minore rispetto all’incubo da cui fuggono. Le molte foto scattate in questi anni hanno depositato nel nostro inconscio volti abitati dallo smarrimento; uomini relegati nel limbo della clandestinità che li priva di ogni senso di appartenenza e li fa precipitare, sotto il nome di flussi migratori, nel regno dell’indistinto. La tragicità dell’evento è insondabile e umanamente insopportabile. Si assiste impotenti a delle vite spezzate proprio sul limite oltre il quale tutto sarebbe potuto essere diverso; dove tutto avrebbe potuto ricominciare, miracolosamente. Anche la parola strage appare ormai inadeguata, abusata. Questi corpi irrigiditi senza più un barlume di speranza avvolti in teli di diverso colore e in attesa di degna sepoltura toccano l’anima. Non possiamo permettere che l’unico criterio di discernimento sia la numerazione. No. Sforziamoci a sentirli come identità mancate. Donne che avrebbero desiderato concludere una gravidanza, con i loro sogni; bimbi con le loro infanzie rubate abbracciati ai loro padri in cerca di un lavoro per riconquistarsi un briciolo di dignità, perduta, o forse mai conosciuta. Sono morti con le mani protese verso un penisola, quella italiana che sembra allungarsi verso le coste africane come una fune.

In un articolo su La Repubblica Gad Lerner ha tracciato in maniera concisa «le tre cose da fare per poterci dire più umani». In ordine di urgenza il primo posto spetta ai «traghetti che garantiscono un trasporto civile e sicuro dalle coste africane verso porti europei attrezzati […] perché il metodo dei respingimenti in mare dopo quattro anni di applicazione e dopo migliaia di morti non è risultato dissuasivo». Il secondo provvedimento deve essere volto a «riconoscere» – sostiene ancora Lerner – «il fondamentale diritto perduto: uno status giuridico certificato. La convenzione di Ginevra del 1954 è superata. Oggi il diritto internazionale può avvalersi di una rete di codificazione informatica più efficiente, in grado di tutelare e sorvegliare le moltitudini di persone costrette alla mobilità». Il terzo punto contempla invece la modifica della tanto discussa legge Bossi-Fini del 2002 che ha di fatto «irrigidito la normativa per il riconoscimento degli aventi diritti all’asilo politico».

Sulla punta di Cavallo Bianco lontano dal centro abitato, in prossimità delle acque e rivolta verso il continente africano, campeggia maestosa e solitaria, la Porta di Lampedusa o Porta d’Europa, opera disegnata e decorata dall’artista Mimmo Palladino che ha voluto raccontare «qualcosa che avesse a che fare con un esodo forzato, qualcosa di comprensibile a tutti i popoli». La Porta è un monumento all’incompiutezza di certi cammini, un tentativo di aprire un varco, un’enorme fessura nel muro dell’indifferenza umana, apparentemente protettiva e in realtà così isolante.
È un vaso comunicante posto fra due mondi solo culturalmente tanto distanti perché intrinsecamente legati da un destino comune, quello di appartenere entrambi al genere umano.

 

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Filippo Deodato

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