L’Italia è in guerra

Sarà che il termine non piace, sarà che la neolingua del politichese dei giorni d’oggi soffoca fortemente quella che è la assoluta realtà dei fatti, ma non si può soprassedere dal dire le cose come stanno. Il nemico, gira e gira, pare sia sempre quello: l’islamismo e gli islamici; stavolta è però il raggio d’azione che si sposta, verso il Mali, con il rischio, che è più una concreta possibilità, di interessare gran parte del Nord Africa tra Algeria, Marocco e Tunisia. E Libia, tanto per cambiare. Tutti concordi sull’intervento: «qualcosa andava fatto» (Andrea Riccardi, Ministro del Governo Monti per la Cooperazione Internazionale e l’Integrazione), «è abbastanza paradossale che altri grandi Paesi europei pensino di poter lasciare sola la Francia […] la sicurezza nazionale deve spingerci a superare sia i calcoli elettorali che le insicurezze europee» (Marta Dassù, Sottosegretario agli Affari Esteri). Ed è su questa linea d’onda che si può in effetti dar conto del supporto logistico (parola dall’uso sempre più contorto) dato dall’Italia: «24 unità di consistenza militare in teatro», traducibili in lingua italiana in 24 uomini che “addestreranno” le truppe del Mali. Dicono che, però, la missione non sarà coinvolta in operazioni militari, cosa che suona un po’ come quell’adagio che diceva «vai avanti tu, che a me vien da ridere».

Fatto sta che ciò che sta succedendo in Mali è qualcosa che potrebbe andare per le lunghe, come l’Afghanistan insegna o dovrebbe insegnare. Il passo che intercorre tra missione di pace e guerra decennale è assai breve tra interessi nascosti (neanche poi tanto) e credibilità internazionali o presunte tali da sostenere e difendere. L’Unione Europea, che proprio qualche mese fa si aggiudicava tra urli e strepitii il Nobel per la Pace, si gioca indiscutibilmente faccia e portafogli su quanto avviene nella provincia del Sehal; è qui la cellula di matrice islamica che, in passato rafforzata anche dalla vicinanza dell’ex regime Gheddafi, è geograficamente disposta a specchio nei confronti dell’Europa. E se la Germania si dice disposta a cercare accordi senza l’uso delle armi ed il Regno Unito si pone sul fronte interventista, resta da vedere quale sarà la posizione definitiva dell’Italia, uno Stato che secondo la sua Costituzione (articolo 11), «ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali».
Che possa il caso Mali diventare importante anche in campagna elettorale?

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Mauro Agatone

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