Il principe ereditario

Per molti è poco più che un sogno ma per altri, più fortunati è la realtà. Di quest’ultima categoria indubbiamente c’è un leader assoluto: brianzolo, mediamente non troppo alto, gusti sessuali noti, folta capigliatura, vicinissimo agli 8 decenni di vita.

Silvio Berlusconi, incarna ormai da tempo quella dicotomia insanabile di amore e odio che su di sé attraggono i leader politici: odio, da parte dei numerosi detrattori, amore viscerale e quasi immutabile invece da milioni di persone che decidono ancora, dopo 4 lustri, di puntare su di lui per il Paese in cui vivono. Dopo 20 anni, però, il giochino è stato rotto: la condanna in terzo grado per il caso Mediaset, in attesa degli sviluppi sul processo Ruby, è un macigno troppo forte che ha causato, a Berlusconi, l’interdizione dalla politica almeno – forse – fino alle prossime elezioni. Urge, così, trovare quel Sancho Panza, quel Watson, quel Robin di cui si parlava a inizio articolo: quel personaggio che possa fare da vice, da spalla ma anche, all’occorrenza, da vero team leader.
La selezione, ovviamente, non è avvenuta per suffragio: probabilmente, gli elettori della rinata Forza Italia non si sarebbero più raccapezzati messi davanti alla possibilità – addirittura! – di poter scegliere chi mandare a rappresentarli. A Silvio non è servito altro che aprire il proprio ventaglio di opzioni, scegliere il più arguto tra i suoi megafoni e affidargli quella corona di oneri e onori che da 20 anni copre sempre la medesima testa. Sfumate con il tempo le ipotesi più celeberrime, dai “traditori” Alfano e Fini sino al grande rifiuto delle (e degli) eredi di sangue, il Cavaliere ha ben deciso di selezionare uno (tra i tanti) giornalisti nel suo libro paga e regalargli le chiavi della città sino a data da destinarsi.

Dopo una vita passata a Mediaset, cominciata con uno stage e terminata alla direzione di ben due telegiornali contemporaneamente, Giovanni Toti si è così trovato lanciato in prima fila a prendere le redini del Capo, impossibilitato a tornare in battaglia. La sua nomina ha un sapore che Michele Serra su Repubblica ha espresso come richiami l’andamento delle “aziende private”, fondandosi su una investitura del padrone «senza che alcun tirocinio, alcuna selezione, alcuna esperienza politica lo abbia avvicinato a un incarico così notevole».
E così, mentre il “nuovo leader” comincia la dieta per rendersi politicamente appetibile in una clinica sul Lago di Garda, resta un forte amaro in bocca per questa nazione che poteva tornare normale ma che, con grandi probabilità, continuerà a essere un caso unico e “curioso” nel pur variegato panorama europeo; l’Italicum e questa nuova nomina paiono infatti mettere altri forti macigni sulla possibilità, per gli elettori italiani, di scegliersi i propri candidati da mandare a Roma a 12mila euro al mese.
Il rischio è forte e la situazione, come sempre, è grave ma non seria, in fin dei conti già si è abbastanza abituati così: agli altri le primarie, a noi i primati. Perché cambiare?

 

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Mauro Agatone

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