Il Cavaliere Decadente

Nove ordini del giorno per impedire la decadenza, nove votazioni, nove “respinto“. Termina così (per il momento, con Mr. B. mai dire mai) la carriera da parlamentare di Berlusconi, l’indomito alfiere della rivoluzione liberale in Italia. Quasi 200 voti per decretare la sua definitiva espulsione dal Senato e spodestarlo dallo scranno che occupava (saltuariamente) da un ventennio. E, nonostante nei giorni scorsi avesse dichiarato battagliero la sua ricandidatura, per i prossimi sei anni il suo nome è bandito dalle liste elettorali. Ora, dovrà dire addio al Parlamento: per vent’anni ci si è recato di rado, oggi sembra non poterne fare a meno. Qualche malizioso dirà che è solo perché, da questo momento, è privo di ogni immunità. Cattiverie gratuite, senza dubbio. Non ha assistito alla sua sconfitta, il Cavaliere. Non voleva dare ai suoi nemici la soddisfazione di sentir pronunciare dal Presidente Grasso la frase di rito «Preghiamo il dottor Berlusconi di uscire dall’Aula per consentire la prosecuzione dei nostri lavori» e vedersi accompagnare alla porta dai commessi di Palazzo Madama. Come ad Agosto, era in piazza, con il suo popolo, i suoi fedelissimi e la fidanzatina che si è prodigata in uno struggente baciamano. Il piglio, però, non era lo stesso: allora, la condanna definitiva in Cassazione sembrava averlo rinvigorito, le strade da battere erano ancora molte e poi, chissà, sarebbe potuta arrivare persino la grazia dal Colle a porre fine a questa brutta storia. Ieri, nonostante i Senatori non si fossero ancora pronunciati, Berlusconi sapeva quale destino lo attendeva, un destino che potrebbe mettere a rischio la sua libertà. Anche se il suo avvocato Coppi ha definito «irreale» l’ipotesi di un arresto, il giudice potrebbe decidere di non consentire a Berlusconi di scontare i nove mesi di pena «umiliato a pulire i cessi», confinandolo agli arresti domiciliari. Senza parlare delle sentenze in arrivo, difficili da schivare senza lo scudo parlamentare.

«Nessuno di noi può stare più tranquillo sui propri diritti, sui propri beni e la propria libertà. E allora restiamo in campo». Non si arrende, Berlusconi, è deciso a combattere. Alla piazza che si è radunata nonostante il freddo (colpa di quei dannati comunisti, pare), il Cavaliere ha offerto lo spettacolo di rito. Sentenza che grida vendetta agli occhi di Dio e degli uomini, via giudiziaria al socialismo, Magistratura Democratica come le Br, lutto per la democrazia. Si dice sicuro di una revisione del processo grazie ai nuovi testimoni che, afferma, sono determinanti; purtroppo, non ce l’hanno proprio fatta a presentarsi nei sette anni del processo e devono essere convocati ora. Ma, garantisce il Cavaliere, gli assicureranno una completa assoluzione; allora, sarà troppo tardi e i suoi assassini politici dovranno fare i conti con questa scelta liberticida. Anche i suoi avvocati, però, abituati ad affermazioni improbabili, appaiono dubbiosi e non sanno nemmeno se presenteranno il ricorso. In ogni caso, anche fuori dal Parlamento Berlusconi continuerà ad essere il leader, come Renzi e Grillo. Non si è fatto mancare, prima di abbandonare il palco, una frecciatina a quelli che «sono andati via», tradendo gli elettori. Poi, da one man show consumato qual è, ha concesso il bis: «andiamo avanti, andiamo avanti» ha promesso impugnando di nuovo il microfono. Prima che la votazione al Senato si concludesse, ha lasciato Palazzo Grazioli alla volta di Arcore. Pochi minuti dopo, il Presidente Grasso confermava la sua decadenza.

Forza Italia e Nuovo Centrodestra, con aria greve, hanno convocato una conferenza stampa per condannare il gesto sconsiderato di chi ha cacciato un Senatore voluto da milioni di cittadini in base a una legge (votata anche da loro, ricordiamolo ogni volta che ne parliamo) incostituzionale. Loro, dicono, avevano approvato la Legge Severino convinti che non fosse retroattiva: visti i tempi medi dei processi in Italia, quindi, si erano preoccupati di ripulire dai condannati il Parlamento a partire dal 2022. Schifani ha parlato delle «gravi anomalie procedurali» che hanno portato a questa infausta decisione e Alfano ha ribadito quanto questo momento sia drammatico. Anche i governativi, quindi, fischiati dalla piazza come traditori, si sono stretti attorno all’ex leader, in «una delle giornate più buie della storia del Parlamento italiano», secondo le parole dell’ex delfino Alfano. Si è concluso così, con le facce scure e gli occhi bassi, il giorno più lungo della storia politica di Berlusconi. È una sconfitta della politica e di quel «Senato di sinistra» che l’ha portato davanti al plotone d’esecuzione? In vent’anni nessuno a parte Prodi, sempre impallinato dai suoi mentre il centrodestra si esibiva in festanti abbuffate di mortadella, è riuscito a sconfiggerlo nelle urne e questo è un dato di fatto. Venti anni di Berlusconismo non devono però impedirci di vedere che oggi quel cittadino «un po’ più uguale degli altri» non è più intoccato e intoccabile e che il consenso politico non può bastare per essere al di sopra della legge. Che la legge è uguale anche per lui.

Oggi, la vicenda personale e giudiziaria del capo, o meglio del padrone, potrebbe segnare il destino di tutto il centrodestra. Gli alfaniani sono appena nati e già perdono nei sondaggi, i fedelissimi sanno che devono tutto il loro potere a Berlusconi: è l’anomalia italiana di un partito creato dall’alto, dell’uomo solo al comando. «Renato ma che dici? Alla gente non gliene frega nulla se parliamo noi. La gente vuole ascoltare solo Berlusconi». Denis Verdini, nel rispondere a Brunetta, non potrebbe essere più chiaro. Berlusconi, quindi, continuerà ad essere il «capo dei moderati», nonostante la condanna per frode fiscale e l’impossibilità di candidarsi fino alla veneranda età di 83 anni. Lo mette subito in chiaro la figlia Marina: non è più parlamentare ma è ancora il leader. E oggi, i sostenitori adoranti accorsi al richiamo del grande burattinaio l’hanno dimostrato. Loro, continueranno ad amarlo. E il cuore, si sa, conosce ragioni che la ragione (e la legge) non comprende.

 

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Costanza Giannelli

Nasce e cresce (poco, in realtà) in Toscana. Nel 2013, dopo la laurea in Storia Contemporanea si trasferisce a Roma, dove approda alla redazione di Lineadiretta24. Lettrice onnivora e incontenibile logorroica, è appassionata di politica, diritti, storia, De Andrè e Scrubs, non necessariamente in quest’ordine. Curiosa di natura e polemica per vocazione, ama l’India e colleziona lauree, ma giura che la terza sarà l’ultima.

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