Grillo, l’oltreuomo comune

Ha parlato di solidarietà, Grillo, di welfare e reddito di cittadinanza. Tra ricette economiche ora convincenti ora meno, vedi il richiamo a seguire l’Ecuador sul debito, e gli attacchi ai partiti, ormai meritevoli solo dell’estrema unzione, un Grillo sempre meno comico ha lanciato le proposte del MoVimento in vista delle elezioni europee. Ha gridato di meno (un pochino) e ha detto meno parolacce (ma non era il Vaffa-Day?). Nei quaranta minuti del suo discorso, dal titolo “Oltre“, però, Grillo è andato oltre davvero, spingendosi in dubbie affermazioni. «Pertini sarebbe qua con noi», ha esordito. Quasi sicuramente no, non ci sarebbe. Ma siamo in campagna elettorale e appropriarsi degli idoli popolari rende; quindi, via con una bella strizzatina d’occhio anche su Papa Francesco che, si sa, piace un po’ a tutti ed è anche un po’ grillino. Pertini, che era popolare ma non populista, all’idea di “movimento ecumenico” che accoglie tutti, anche Casa Pound, avrebbe sputato in faccia, perché «il fascismo non può essere considerato una fede politica, è l’antitesi delle fedi politiche». Che avrebbe detto, poi, di quel «dobbiamo vincere e vinceremo» dalla brutta eco ai microfoni di Sky? Grillo, del resto, non ha paura di dire che «se per loro questa piazza è populista sono felice di essere populista insieme a voi». Ora, essere populisti, nell’Italia del 2013, non è proprio un vanto. Per populismo si intende, dice il dizionario Treccani, un «atteggiamento ideologico che […] esalta in modo demagogico e velleitario il popolo come depositario di valori totalmente positivi». Demagogico e velleitario non sono belle parole. E Grillo, che in maniera sacrosanta denuncia la truffa semantica degli ultimi anni, sa che le parole sono importanti. E, al di là delle ironie, non sono solo alcune promesse, onestamente non realizzabili, a far parlare di populismo, ma è proprio la contrapposizione noi/loro, che permea tutto il suo discorso politico. Noi tutti buoni, loro tutti cattivi. «Dovranno lasciare i passaporti e faremo NOI il redditometro a LORO», è un po’ come a dire «noi, tutti noi, siamo irreprensibili e onesti, il marcio sono loro, soltanto loro».

«Noi parliamo di cose importanti, loro parlano d’altro. Dobbiamo parlare di energia, di informazione, di scuola». Come dargli torto? Ma, se uno dei grandi pregi di Grillo e dei 5 stelle è di aver fatto dell’energia un punto basilare del programma, che dire di informazione e scuola? La battaglia per un’energia sostenibile è ineluttabile, nonostante Pizzarotti e l’inceneritore siano lì a dimostrare che, spesso, è una lotta contro i mulini a vento (donchisciottianamente parlando, s’intende). Sulla battaglia ambientale, i grandi partiti hanno solo da imparare. L’informazione, però, è troppo spesso definita serva del potere, almeno quella italiana, sempre a libro paga di qualcuno (con tutti i soldi che è accusato di spendere per i giornalisti il Pd avrebbe potuto fare le primarie gratis). Solo la rete è libera e bella e giusta e la Verità sta lì. Sarà. E sulla scuola? Ogni critica ai grillini duropuristi ha come risposta «guarda il programma»: bene, oltre alle battaglie più che condivisibili per l’abolizione della Riforma Gelmini e del finanziamento alle private vedo parlare di internet, libri digitali, inglese e abolizione del titolo legale di studio ma non di come risollevare l’unica istituzione che ci potrà permettere di uscire dalle nostre miserie. La Dea incontrastata della conoscenza, però, non è la scuola ma la rete. Dalla cultura, infatti, si passa subito a internet, che sembra l’unico veicolo di conoscenza e, per questo, deve essere costituzionalmente garantito e gratuito. Bellissimo, senza dubbio. A pagare il wi-fi resteranno solo i figli degli immigrati che, anche se nascono in Italia, a differenza dei loro amichetti non solo non avranno l’accesso a internet, ma nemmeno alla cittadinanza. Son priorità.

Immancabile, poi, l’invocazione dell‘impeachment per Napolitano. Ora, «impeachment» in Italia non vuol dire niente. Però è decisamente più cool “fa l’americano” invece di citare l’articolo 90 della Costituzione. Un mese fa, aveva detto che era solo una mossa politica. Oggi, «sono qui a dirvi formalmente che abbiamo pronto l’impeachment per Napolitano», una frase che ha, o dovrebbe avere, un altro significato. A fischiare il settennato raddoppiato di Napolitano non è solo la piazza dei cinque stelle ma promettere qualcosa che si sa già non accadrà questo sì è populismo, e non quello buono. Bisogna essere chiari su cosa si può fare o meno, altrimenti è come dire che si può togliere l’IMU. Ha sette proposte per l’Europa, Grillo. La prima, anche questa inevitabile è «un referendum sulla permanenza nell’Euro, che è diverso dall’Europa», informando i cittadini sui pro e i contro. Ora, se secondo i dati dell’Ocse (che unisce 34 paesi e non 24 e non si chiama Oxa N.d.A.), citati dallo stesso Grillo, 7 persone su 10 non sanno comprendere un testo forse l’idea migliore non è farli decidere sull’uscita o meno dall’euro. Prima, c’è un lavoro diverso, un lavoro culturale da fare e non basterà internet. Altrimenti la «sovranità perduta» non la recupereremo e non basteranno i «dazi sui prodotti esteri» a farci risalire. «Abbiamo perso sovranità dei nostri figli, non dovete emigrare dovete cospirare!» ha detto ai giovani che lasciano il Paese. Non “ribellatevi”, non “reagite”, ha detto: “cospirate”. A salvarci, quindi, sarà un benefico gombloddo.

di Costanza Giannelli

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Costanza Giannelli

Nasce e cresce (poco, in realtà) in Toscana. Nel 2013, dopo la laurea in Storia Contemporanea si trasferisce a Roma, dove approda alla redazione di Lineadiretta24. Lettrice onnivora e incontenibile logorroica, è appassionata di politica, diritti, storia, De Andrè e Scrubs, non necessariamente in quest’ordine. Curiosa di natura e polemica per vocazione, ama l’India e colleziona lauree, ma giura che la terza sarà l’ultima.

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