Giù la maschera, si spara sui migranti

Dopo lo sgomento provato di fronte all’innalzamento di nuovi muri o gli sgambetti per arrestare la corsa di un padre con in braccio il figlio o l’ecatombe che addolora le acque del mar Mediterraneo, la notte del 15 ottobre segna purtroppo un nuovo abisso al quale non eravamo abituati, e che rischia di non essere il più profondo.

 

È morto ieri il primo migrante ammazzato direttamente da un colpo di arma da fuoco europeo. Come nei peggiori incubi, nelle peggiori atrocità, in quella disumanità che avevamo giurato anni fa di abbandonare. Di fronte alla miseria, resi folli dalla nostra stessa pazzia, torniamo a liberare la furia della violenza diretta. Il giovane migrante afghano è morto la scorsa notte ucciso dal un colpo di pistola alla testa sparato da una guardia di frontiera bulgara mentre cercava, insieme ad altri 54 migranti, di attraversare il confine tra Bulgaria e Turchia. L’Unhcr ha subito invocato una commissione di inchiesta per chiarire la dinamica dell’accaduto. Secondo le prime ricostruzioni le guardie bulgare, di fronte al rifiuto dei migranti di fermarsi, avrebbero cominciato a sparare in aria e il giovane sarebbe stato ucciso da un proiettile di rimbalzo o addirittura in caduta. Dopotutto noi italiani siamo abituati ai proiettili che rimbalzano sui sassi e ammazzano i ragazzi.

 

Di fronte a una disumanità tanto frequente sembra impossibile restare sgomenti, né è più possibile spendere parole originali per ricordare la fine di così tante vite stroncate per terra o per mare (il più delle quali, a scanso di facili critiche, sono assolutamente innocenti). Che parole potremmo usare se si tratta sempre e soltanto della solita atrocità? Della stessa che perpetriamo da secoli contro i popoli del sud del mondo e che, dopo averli ridotti in miseria, vorremmo che ci salvasse financo dalla miseria stessa. È il livello della nostra psicosi a essere preoccupante, non qualche centinaio di migranti che tenta di varcare il confine.  Fa piangere tutta la durezza che sbattiamo sul viso di pochi indifesi, quando gli stessi paesi “canaglia” che critichiamo per averli fatti passare accolgono per dieci, venti, cento o duecento volte i migranti che noi dichiariamo di essere disposti ad ospitare.

 

Ma ancor peggio è continuare a chiudere gli occhi di fronte la realtà: siamo noi ad aver incendiato le case, esasperato i conflitti religiosi, armato gli assassini e insegnato la violenza in quei posti. Siamo noi, per chi l’avesse dimenticato, ad aver testato le mitragliatrici su frotte di “selvaggi” in Congo, o i lanciafiamme in Etiopia per vedere quanto ci mettesse a bruciare la carne, o sganciato bombe intelligenti, simpatiche, al fosforo, radioattive e ustionanti; colpi di stato, terrorismo autorizzato, eccidi programmati. Siamo noi che abbiamo portato e continuiamo a portare disumanità a casa loro, e a distruggere quei luoghi. Ma non è neanche la cosa più brutta; la cosa più atroce è che dopo aver generato uomini che sembrano fantasmi, in questo delirio, siamo capaci di uccidere anche i fantasmi. Non ci sono cose originali da dire, tranne che forse questa nuova violenza è più genuina, getta la maschera che siamo bravi a indossare e che nasconde le nostre fattezze: siamo noi i mostri che ammazzano, e che adesso finalmente hanno le mani sporche di sangue.

@aurelio_lentini

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Aurelio Lentini

Laureato in Scienze Storiche presso L'università Statale degli Studi di Milano, oggi conduce una piccola libreria online, collabora con varie testate online, scrive, e tenta di venire a capo del mondo prima che il mondo venga a capo di lui.