Forconi della Libertà

Ci sono dei momenti in cui non ce l’abbiamo più fatta e ci siamo ribellati, lasciando da parte l’apatia e facendo esplodere un bubbone stanco di reggere lunghi tempi fatti di soprusi e vessazioni. Quel momento sembrava già ben espresso dall’exploit elettorale del Movimento 5 Stelle, anti-politico e populista per vanto – oltre che per occorrenza – e in grado di paralizzare la già ben immobile politica italica.
Da poco si è aggiunto anche il cosiddetto Movimento dei Forconi. Gli elementi basilari sono quelli rintracciabili in grossa parte dell’Europa d’oggi: rabbia, frustrazione, delusione per una crisi che sembra non finire mai e i cui effetti paiono riversati sulle classi più disagiate, lasciando invece ben pieni i piatti dei soliti noti. Gli scontri di Torino, così come anche la solidarietà dei poliziotti (vera o presunta tale che sia), sono dati preoccupanti e da non sottovalutare ma riportano a una sola domanda: perché solo ora?

 

Tendenzialmente, la crisi non è frutto degli ultimi giorni e neanche degli ultimi mesi: si tratta di un periodo che ormai si prolunga da quasi un lustro e non smette di affamare e distruggere genti e speranze. Da italiani, come tradizione insegna (e si sa che siamo tradizionalisti e mammoni quanto basta e quando serve), ci siamo sollazzati mangiando pop-corn comodamente seduti in poltrona mentre i telegiornali sparavano in diretta le immagini degli scontri di Atene, delle marce a Lisbona o dei raduni degli Indignados a Puerta del Sol. Non abbiamo mai avuto – né ci siamo sognati di creare – qualcosa di simile né lontanamente paragonabile a quelle adunate oceaniche di genti: organizzazioni pacifiche che non smettevano di gridare i propri ideali, reclamando diritti costituzionali, umani ma anche religiosi quali il cibo, il lavoro, la famiglia o una vita semplicemente normale. Mentre in Italia le folle si radunavano in Piazza del Popolo per gioire di una doppietta di Balotelli alla Germania, la Grecia occupava in pianta stabile Piazza Syntagma, facendone una casa della legittima protesta e un simbolo per i popoli liberi di tutto il mondo. Ma noi italiani, allora, a cosa pensavamo?

Torniamo ai giorni nostri e partiamo con una precisazione: come un buon 99% di quello che vediamo in giro nei supermercati, su internet o anche in una vetrina di un negozio, il Movimento dei Forconi non è una novità. E qui non si tratta di una riedizione, di un remake di un classico vintage ma ancor più basilarmente di un evergreen che si rinnova.
Facciamo un piccolo passo indietro, all’inizio del 2012. Da poche settimane Silvio Berlusconi ha deciso di lasciare lo scranno di Palazzo Chigi, presentando di sua sponte le proprie dimissioni ed evitando così la crisi parlamentare, con tante grazie e ossequi dalla BCE e da Giorgio Napolitano. Viene eletto Mario Monti: un tecnico, un professore di alti ranghi, un uomo con due braccia e due gambe immersi nel mondo dell’economia e della finanza, stimatissimo in tutto il Continente. Monti decide di puntare su una squadra di Governo per la maggiore extra-partitica – per lo meno in maniera diretta, o dichiarata – e realizzare un vero e proprio esecutivo tecnico che realizzasse «quelle cose che i partiti non hanno il coraggio di fare». È qui che, contemporaneamente, inizia l’avventura dei Forconi, parte prima. È la Sicilia a essere maggiormente interessata: gli isolani decidono di scendere in piazza bloccando tutto, lamentandosi per le proprie condizioni e reclamando più diritti. Secondo taluni, a soffiare sul vento della rivolta c’è Forza Nuova, l’estrema destra in salsa nera, che fornirebbe supporto ai riottosi. Accade poi l’impensabile: la Lega Nord, forza nota per il populismo “anti-Sud” decide di appoggiare pubblicamente i Forconi. Sono le parole del nuovo segretario Matteo Salvini, all’epoca eurodeputato e vicesegretario, a essere riprese da un’intervista per la testata Borsa Plus: «Non voglio interpretare il parere di tutti i leghisti ma di certo io sto con chi, anche e soprattutto al Sud, contesta il governo Monti […] chi protesta, anche in Sicilia, ha il mio appoggio, sempre che in tutto ciò non si verifichino infiltrazioni di vario tipo e tutto rimanga nell’alveo della legalità».
Cosa è cambiato da allora? Praticamente tutto, tecnicamente non moltissimo.

Meno di un mese fa, Silvio Berlusconi è stato cacciato dal Senato e quindi dalla vita parlamentare italiana, ergo per – almeno, forse, chissà – i prossimi sei anni non potrà ricandidarsi. E come nella migliore tradizione, il Rieccolo riciccia da dietro l’angolo: ecco di nuovo i Forconi. In un certo qual modo richiamati da chi per mesi parlava di autunno caldo, denotano quanto meno una certa tempestività nel rendersi conto, nello spuntar fuori, nel ricomparire proprio nel momento di più ampia “decaduta”. Senza sotterfugi occorre chiedersi, alla svelta: chi c’è dietro la protesta? Chi sovvenziona i treni gratis per i manifestanti? Ancora non si sa, ma secondo taluni – sempre i soliti di prima – le frange più estreme delle destre italiane: da Forza Nuova a Casapound (il cui vicepresidente ed ex candidato Sindaco di Roma è stato, a proposito, arrestato proprio durante una recente manifestazione). E cosa ha detto Matteo Salvini (che nel frattempo è stato promosso a Segretario della Lega)? «Portiamo i forconi a Bruxelles», assecondando pienamente le ragioni della protesta, senza se e senza ma. Tutto cambia affinché nulla cambi.

Secondo la pagina Facebook ‘Roba da Pdl’, Mariano Ferro, tra i leader dei Forconi, fu candidato sindaco di Avola con Forza Italia. Lo stesso Berlusconi si è dichiarato in settimana fortemente interessato ad ascoltare le ragioni della protesta nonché a incontrare i capi-rivolta (salvo biologica retromarcia): punto di vista riecheggiato anche da Renato Brunetta giovedì sera, a ‘Servizio Pubblico’.
Sarà un caso, saranno tutti dei casi; eppure nei momenti di maggiore difficoltà di Silvio Berlusconi, in questi ultimi 20 anni, tutto pare costruito de manera che si trovi un escamotage, un ago nel pagliaio, una corda a cui aggrapparsi last minute e con la quale salvarsi. È da ripetere sino alla noia: nel bel mezzo della protesta c’è tanta gente realmente disperata, seriamente arrabbiata, coscientemente stufa ma qualcosa non torna. Come diceva un idolo dell’attuale Presidente del Consiglio, «a pensar male degli altri si fa peccato ma spesso ci si indovina». Soprattutto in Italia.

di Mauro Agatone

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