Educare alla diversità

A Torino, dopo l’alzata di scudi di Silvio Magliano, assessore ciellino in quota Ncd e consulente dell’ex presidente della Regione Cota, il sindaco Fassino ha rimosso dal sito del Comune alcune schede didattiche sulla lotta all’omotransfobia, accusate di contenere dichiarazioni offensive nei confronti della Chiesa Cattolica. Di fronte alle critiche, la giunta ha ripristinato la pagina, ma la crisi lampo ha fatto emergere le contraddizioni di un’amministrazione incapace di prendere posizione e pronta a fare abiura di fronte alla reazione cattolica. A livello nazionale, va detto, le cose non vanno meglio. Dopo gli attacchi congiunti di «Tempi» e «Avvenire» contro l’Unar – l’Ufficio nazionale contro le discriminazioni razziali, incaricato di portare avanti la Strategia Nazionale Lgbt – e le interrogazioni dei parlamentari di Camera e Senato, il Miur ha sospeso «fino a data da destinarsi» i corsi di formazione per gli insegnanti. La deputata Pd Simona Malpezzi assicura di essere stata rassicurata dal Miur che «non c’è alcuna intenzione di far cadere l’iniziativa e che, anzi, si svolgerà entro la fine dell’anno scolastico», ma la strategia è stata sconfessata dal sottosegretario all’Istruzione, l’alfaniano Toccafondi. «Il Ministero dell’Istruzione non sa niente di quanto viene deciso da questo ufficio [l’Unar], che invece produce materiale per le scuole, gli studenti e gli insegnanti, con un’impronta culturale a senso unico, tra l’altro». {ads1} Al centro dello scandalo, «Educare alla diversità a scuola», tre volumetti destinati alle scuole primarie e secondarie per combattere il bullismo e la discriminazione. Gli opuscoli, realizzati dall’Istituto Beck, sono stati commissionati durante il governo Monti dall’allora ministro con delega alle Pari Opportunità Elsa Fornero. Il Cardinal Bagnasco, presidente della Cei, ha tuonato contro i volumi che «mirano a “istillare” nei bambini preconcetti contro la famiglia, la genitorialità, la fede religiosa, la differenza tra padre e madre (…) È la lettura ideologica del “genere” – una vera dittatura – che vuole appiattire le diversità, omologare tutto fino a trattare l’identità di uomo e donna come pure astrazioni. Viene da chiederci con amarezza se si vuol fare della scuola dei “campi di rieducazione“, di “indottrinamento”. Ma i genitori hanno ancora il diritto di educare i propri figli oppure sono stati esautorati?». L’Italia è uno Stato laico, ma Bagnasco sembra non ricordarlo. E come lui, nemmeno il Ministero dell’Istruzione, pronto a sospenderne la diffusione. Come Bagnasco, sono in molti a combattere l’ingresso delle tematiche Lgbt e di genere nelle scuole. A Modena, l’intervento di alcuni genitori ha impedito a Vladimir Luxuria di partecipare a un dibattito sulla transessualità in un liceo cittadino «senza un contraddittorio». Come se per parlare di discriminazioni razziali dovesse essere presente il Ku Klux Klan o un negazionista fosse imprescindibile nei dibattiti sulla Shoah. Dalle “Sentinelle in piedi” nel nord Italia, alle lettere delle associazioni genitori ai presidi delle scuole per chiedere l’esclusione delle tematiche sulle differenze, tutti si scagliano contro la pericolosissima quanto inesistente “dittatura dell’ideologia del gender”. I giuristi cattolici hanno sconfessato i dirigenti scolastici che promuovono la cultura delle differenze e negli ultimi giorni anche la giunta pentastellata di Parma è entrata nel mirino dei teocon di casa nostra.

A preoccupare – e a offendere – non sono tanto le filippiche della destra clericale e la protervia della Chiesa, sempre pronta a evocare scenari apocalittici per la famiglia tradizionale, quanto la solerte rapidità con cui le istituzioni e i partiti che si dicono progressisti sono pronti a cedere. Invece di rivendicare la legittimità di politiche che favoriscano la cultura della diversità e dell’integrazione, arriva, inesorabile, il dietrofront davanti alla prepotenza dei poteri clericali. L’attacco all'”ideologia del gender” nelle scuole, giustificato dal presupposto che parlare di omosessualità leda il diritto dei benpensanti di educare i figli come vogliono, ovvero senza «pregiudizi ideologici», fa ridere. Così come fa ridere l’accusa di «Avvenire» all’Unar di aver corrisposto alle realtà gay 250mila euro, dimenticando il generoso 8 per mille intascato dalla Chiesa e, soprattutto, i professori di religione, che costano allo Stato Italiano oltre un miliardo di euro l’anno. Del resto, il Cardinal Bagnasco nella medesima Prolusione condanna senza appello i tentativi di introdurre pratiche per combattere l’omofobia nella scuola, ma rivendica «la preziosità irrinunciabile e il sostegno concreto alla scuola cattolica».
Quello che avvilente è la risposta delle Istituzioni e delle forze progressiste, che a parole sono contro la discriminazione e per la valorizzazione della diversità ma non hanno un punto di vista chiaro e trasparente, e si adeguano con troppa facilità ai diktat ecclesiastici. Anche il governo Renzi, presentato come paladino dei diritti e, soprattutto, della scuola, tace. è lo Stato che, troppo spesso, si scorda di essere laico e, per non scontentare le gerarchie vaticane, calpesta la realtà del Paese, fatta di famiglie che spesso di “tradizionale” non hanno niente ma che sono felici, di adolescenti che si interrogano su sé stessi mentre il mondo intorno sembra condannarli, di bambini che entrano in contatto con realtà complesse e hanno bisogno degli strumenti per comprenderle.

 

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Costanza Giannelli

Nasce e cresce (poco, in realtà) in Toscana. Nel 2013, dopo la laurea in Storia Contemporanea si trasferisce a Roma, dove approda alla redazione di Lineadiretta24. Lettrice onnivora e incontenibile logorroica, è appassionata di politica, diritti, storia, De Andrè e Scrubs, non necessariamente in quest’ordine. Curiosa di natura e polemica per vocazione, ama l’India e colleziona lauree, ma giura che la terza sarà l’ultima.

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