Dorian Grenzi

Sono queste le modalità che portarono a insediarsi a Palazzo Chigi Enrico Letta, dirigente del centro-sinistra come anche nipote di uno dei più fedeli consiglieri, alleati, amici del Cavaliere. In quei travagliati giorni che videro le migrazioni di giovani dalle proprie residenze alle confortevoli sedi cittadine del Partito Democratico e che ricorderemo negli anni per il capo di Pierluigi Bersani bagnato da soventi piogge di “vaffanculo” come fossero bibliche cavallette, quello scranno bollente è passato – almeno giornalisticamente – di deretano in deretano. E non sarà necessario un grosso sforzo mnemonico ai più per rimembrare che uno dei nomi più cool all’epoca era quello del Sindaco di Firenze Matteo Renzi.

Eppure, quello che ora – un po’ come allora – pare essere diventato l’uomo della Provvidenza per il Pd, per il Paese, per l’Europa, per i mercati, per la fine delle guerre, per la fame nel mondo e forse – soprattutto – per gli affetti da sindrome di Stoccolma (in Arcore), ha tutti gli elementi per essere quanto di meno largamente conciliante ci possa essere. Le sue idee economiche come noto ai più sono decisamente ispirate da una matrice di tendenza “liberista”; in totale antitesi con l’ex blocco rosso italico pare inoltre il piano sul mondo del lavoro, come testimoniano dichiarazioni ultime sue «l’imprenditore è un eroe» e del suo braccio destro Dario Nardella «la sinistra la deve smettere di salvaguardare il lavoratore sempre anche quando è inefficiente […] la pubblica amministrazione non è tabù intoccabile». Pensieri che piacevano particolarmente a destra, con Il Giornale e Libero molto spesso “schierati” dalla parte del Rottamatore, soprattutto nei momenti di maggior enfasi delle scorse primarie del centro-sinistra (ora, con il canto d’usignolo di possibili futuri scontri elettorali, c’è grande avversità anche da quelle parti). Su Renzi anche Grillo è parso avere le idee confuse, alternando un «soffre di invidia penis» a epiteti vari ed eventuali come «ebetino», «cartone animato», «carrierista» e l’evergreen «lasci la poltrona di Sindaco e vada a casa» salvo poi gridare in un comizio che «non è mica scemo!». E cosa dire di un Vendola che durante le stesse primarie arrivò a paragonare Renzi a Casini e che ad agosto ha invece dichiarato di sentirsi vicino alle sue posizioni? Mistero.

Sia chiaro, lo stesso Renzi rende difficile un suo inquadramento preciso e specifico in un determinato contesto: dallo “stare con Pannella” circa l’amnistia al condannarlo un clamoroso autogol, dal rapporto con Berlusconi tra pranzi, «necessità che un condannato vada via a casa» e il reiterato «un avversario va sconfitto per via politica e non giudiziaria», all’immediato post-voto quando (ri)cominciò a raccogliere accoliti (Franceschini, ndr) con il suo «governo con il Pdl o urne» che pare mera preistoria in confronto al recentissimo «mai più larghe intese».
Insomma in sunto a giudicare storia, interviste, idee, programmi ma anche grida, strepitii, balbettii, insulti e – soffusi – assensi si può dire che finalmente la politica italiana ha trovato una nuova era, la svolta 3.0; non ci sarà più bisogno di correnti, di scissioni, di ex democristiani o ex comunisti, di antipolitici e populisti, di fascisti e di ciellini, di aut-aut di Brunetta o del fantasma dello spread: finalmente, un solo uomo potrà metterli d’accordo ed essere in grado di rappresentare tutto e tutti senza divider più nessuno. A giorni alterni, ovviamente, e per almeno un giorno al mese ognuno avrà di che leccarsi i baffi e potrà sorridere giulivo alla rivoluzione che ci serviva: vuoi mettere che passo in avanti?

di Mauro Agatone

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