Donbass. C’è una guerra in Europa (parte III)

Tutti sappiamo cosa succede se versiamo dell’acqua e dell’olio in un unico recipiente. Due sostanze diverse tra loro che, se agitate, dopo un certo lasso di tempo tornano sempre ad essere l’una distinta dall’altra.
Quando il 24 agosto del 1991 venne dichiarata l’indipendenza dell’Ucraina, nessuno seppe distinguere l’olio dall’acqua. 37 milioni di Ucraini aventi diritto al voto scelsero di essere una nazione e sulle orme della vecchia esperienza del 1918, quello che doveva essere un referendum si trasformò in plebiscito. Quella regione dall’incerta identità nazionale era finalmente uno stato indipendente.
Ma l’Ucraina era pronta a diventare nazione? Secondo il primo presidente nella storia del Paese sì: attraverso una interessante intervista rilasciata al noto antropologo e giornalista Eliseo Bertolasi, l’ex presidente Ucraino Leonid Kravchuk ha dichiarato che: «In primo luogo, bisognerebbe focalizzare l’attenzione sul fatto che la questione dell’indipendenza dell’Ucraina era già in discussione fin dal 1986 […] nel 1990 il Soviet Supremo approvò la Dichiarazione per l’indipendenza. Era il mese di luglio: in quel documento, per la prima volta, si parlava pubblicamente della sovranità dell’Ucraina. Da quel momento fino all’agosto del 1991, quando nei fatti venne presa la storica decisione dell’indipendenza, passò poco più di un anno… Ma perché dico questo? Per evidenziare come nel 1991 l’Ucraina fosse ormai pronta ad accettare l’indipendenza; non fu un evento improvviso come una valanga in montagna».
Stando alle parole di Kravchuk, ciò che accadde nel ’91 fu soltanto l’ultimo step di un lungo processo. Non è proprio così. Secondo molti analisti l’indipendenza Ucraina altro non sarebbe che il riflesso indiretto della fine dell’Urss.  Volendo rimanere nel centro di questi due poli radicalmente opposti si potrebbe constatare come il lasso di tempo che corre da quell’agosto del 1991 al 2014 sarebbe stato tutt’altro che agevole.
Passato neanche un quarto di secolo dalla dichiarazione d’indipendenza si sono susseguite nel tempo rivoluzioni arancioni (2004), governi legati all’occidente (Tymoshenko) ed altri più vicini alla Russia (Yanukovich), classi politiche corrotte e una crescita economica nettamente inferiore a quella delle altre ex Repubbliche sovietiche. Un paese spaccato a metà tra le spinte nazionaliste ad occidente e i nostalgici della madre-Russia a est.

Donbass
La rivoluzione arancione del 2004, giunta con gli auspici di un accostamento Ucraino all’Ue, si tradusse poi in una fase di totale stallo istituzionale. La fiamma sotto il recipiente era stata accesa, occorreva soltanto attendere qualche anno prima che fosse portato ad ebollizione. Quando nel 2013 il presidente Yanukovich (leader del partito delle regioni eletto tre anni prima), sospese gli accordi di associazione con l’Ue nel corso di un vertice internazionale a Vilnius, la situazione precipitò.
Le richieste di Bruxelles erano chiare: scarcerare l’ex presidente Julia Tymoshenko (più vicina all’occidente) ed avviare riforme strutturali per agevolare l’ingresso del paese nell’Ue. Dopo un periodo di tentennamento il Presidente Ucraino scelse di accettare i soldi di Putin (circa 15 miliardi di Euro investiti sul debito Ucraino) e allontanò definitivamente l’Europa.
Le parole dell’allora premier italiano Enrico Letta riportate dal sole24ore sanno oggi di amara verità: «con l’Ucraina (…) si deve creare un meccanismo che non ponga un’alternativa fra Ue e Russia, altrimenti il problema diventa oggettivo». Certo è che chi le ha pronunciate non si è di certo sporcato le mani attraverso la diplomazia.

Come un bel capo d’abbigliamento desiderato in maniera eccessiva da due donne e tirato da ambo i lati, l’Ucraina si strappò. Già nelle ore del vertice di Vilnius le persone si riversarono in piazza a Leopoli (definita da molti la città “più Europea” d’Ucraina) e a Kiev. Le richieste erano chiare: stop ai privilegi della famiglia di Yanukovich (in molti ritengono che questa si sia arricchita indebitamente a spese della popolazione) e immediato avvio del procedimento di ingresso nell’Unione Europea. Poi il dramma.

Tra il 18 e il 22 di febbraio 2014 le proteste a Kiev si intensificarono, trasformandosi negli scontri di Euromaidan che tutti conosciamo. Non ci soffermeremo su cosa si nascondesse o meno dietro quegli eventi di piazza (chi volesse approfondire può farlo qui o qui), quanto piuttosto sulle conseguenze.

Vi fu un vero e proprio colpo di stato e Yanukovich fuggì dal paese. Venne quindi nominato un nuovo esecutivo e si tornò ad adottare la costituzione post rivoluzione arancione, in vigore fino alla vittoria elettorale dello stesso leader del partito delle regioni. Il 22 febbraio Julia Tymoschenko, incarcerata tre anni prima per malversazione dei fondi pubblici in un accordo sul gas con Gazprom, venne scarcerata grazie ad una depenalizzazione del reato commesso.

Ma ci furono anche altre novità: innanzitutto venne abolita la legge sulle lingue regionali ripristinando l’Ucraino come unica lingua valida nel paese. Questa suscitò scalpore in tutta l’Ucraina, dato che nella parte a est del Dnepr e in Crimea il Russo è il primo idioma utilizzato. Secondo lo stesso Kravchuk: «chi ha proposto una simile versione della legge, e l’ha poi approvata, non ha ascoltato la gente […] La politica linguistica è già stata definita dalla Costituzione. Tutto il resto andrebbe attuato in conformità alla stessa, in ogni caso il problema della lingua non dovrebbe essere esasperato».

Dunque, la spaccatura era sempre più evidente: l’olio stava tornando in superficie tentando, passato neanche un quarto di secolo dalla data d’indipendenza dall’Urss, di distinguersi dall’acqua. La nuova legge riguardante la lingua non piacque agli oblast del sud-est. La Crimea attraverso un referendum si dichiarò prima autonoma rispetto allo stato ucraino per poi annettersi alla Russia la settimana successiva.

Successivamente i due oblast di Lugansk e Donetsk fecero la stessa scelta, rendendosi Repubbliche popolari autonome il 12 maggio del 2014 e suscitando così le ire del nuovo governo centrale Ucraino presieduto da Arsenij Jacenjuk. I toni si accendono, le frizioni tra Kiev e Russia si acuiscono. Gazprom decide di aumentare i prezzi del gas sospendendo quello sconto che gli Ucraini precedentemente vantavano, mentre l’Ucraina Naftogas sospende i pagamenti al gigante Russo in segno di protesta.

Donbass

Il 14 aprile forze armate Ucraine vengono schierate nel Donbass a soli 160 km dal confine Russo. Durante l’estate del 2014 gli scontri saranno molto duri, causando così accuse reciproche: secondo il mondo occidentale i Russi avrebbero invaso porzioni di territorio Ucraino combattendo per mezzo degli spetznaz, corpo speciale militare della Federazione. Gli Usa sarebbero invece colpevoli di finanziare Kiev con potenti mezzi armati.

Di mezzo due tentativi diplomatici (i trattati di MinskI e II) clamorosamente falliti, viste le reiterate violazioni del cessate il fuoco. Abbiamo corso per un motivo preciso: siamo proprio sicuri che queste scissioni all’interno dell’Ucraina siano dovute esclusivamente a ragioni sociali o religiose?

Chi sta ad est del Dnepr, secondo un’approssimazione demografica che sa di mezza verità, non ama chi sta a ovest. Le cause, l’abbiamo visto, risiedono nei libri di storia. Mentre gli oblast a ponente rimanevano indietro sotto il profilo industriale (ricordate i contadini in continua rivolta contro gli occupanti di varie casate?), il Donbass diveniva il più ricco punto di estrazione carbonifero della madre Russia.

Gli Ucraini del sud-est hanno chiesto a lungo una federalizzazione del paese e una larga autonomia per il proprio territorio. Dopo aver atteso invano si sono presi con le armi la propria indipendenza. Dall’altra parte c’è un paese sull’orlo del baratro, affamato dai debiti di guerra nonostante i finanziamenti degli ultimi anni arrivati da Bruxelles e dal Fondo Monetario Internazionale. Ma non pensate che i civili del Donbass se la passino meglio: salvo le ricostruzioni avviate negli ultimi mesi sull’onda di un attenuazione del conflitto, i proiettili di Kyev continuano per lo più a bersagliare edifici civili e piccoli villaggi abitati soprattutto da famiglie di operai ed ex-minatori in pensione. In questi luoghi non c’è la possibilità di costruire un pacifico avvenire, il sibilo delle bombe torna ogni volta che i funzionari dell’OSCE si allontanano. In particolare è la notte a portare la distruzione da queste parti: le accuse sono reciproche si parla di 500-600 e più proiettili sparati a notte (questo video realizzato da “gli occhi della guerra” rende bene l’idea)

La sensazione è che ancora oggi nessuno voglia la pace a nord del Mar Nero. Mantenere un clima d’instabilità in Ucraina potrebbe risultare un vantaggio per tutte le parti in gioco: la guerra si è impantanata da mesi (trincee e attese snervanti la fanno da padrone) e nessuno sembra voglia prendere decisioni in grado di dare una svolta. La linea immaginaria che divide il mondo occidentale da quello Eurasiatico è ormai da anni una polveriera: le tensioni nel Mar Baltico nei primi mesi del 2015, le due rivoluzioni in Ucraina, la guerra in Ossezia del sud, la Siria, i recenti tumulti parlamentari in Moldavia e la morte del leader Uzbeko Islam Karimov sono solo alcuni episodi rientranti nell’alveo d’instabilità che permea questo confine. Probabilmente si dovranno aspettare le ormai imminenti elezioni presidenziali Russe (18 settembre) e quelle Americane (novembre) affinchè qualcosa si muova. Di certo nessuno sta facendo gli interessi di un popolo Ucraino stretto nella morsa di grandi interessi confliggenti: secondo molti analisti Putin vorrebbe ricavare dal Donbass un corridoio per un accesso diretto sui porti di Crimea e Mariupol. Dall’altra parte c’è un occidente spaventato dalla dipendenza energetica (gas naturale) dalla Russia. Questa preziosa materia prima in passato transitava per la gran parte proprio da Kyev, ma i recenti gasdotti Nordstream 1 e 2 (porterebbero il gas in Europa attraverso la Germania, ,ma il secondo è ancora in costruzione) lasciano intendere che per il momento l’idea di ripristinare il vecchio regime d’approvvigionamento sia riposta in un cassetto. Già in passato sono stati a più riprese chiusi i rubinetti, l’Europa starebbe ora cercando una diversificazione delle fonti di approvvigionamento (o almeno così dovrebbe essere).

Nella prima parte di questo speciale parlammo dei cosacchi come uomini liberi, capaci di rivoltarsi contro i potenti feudatari Polacchi. Nomadi uniti sotto la spinta del sentimento di ribellione nei confronti dei potenti della regione, ma bisognosi di questi per ottenere un velo d’indipendenza e libertà. La spinta decisiva per avere ragione sulla Polonia-Lituania e dar vita ad un Etmanato cosacco giunse infatti grazie alla Russia. Quasi quattro secoli più tardi la gente di queste terre è ancora una volta stretta nella morsa di grandi interessi (stavolta finanziari) e attaccata ad antiche ideologie che contribuiscono a mantenere la situazione in fase di stallo. Che qualcuno goda dell’odio storico che accomuna le due sponde del Dnepr?

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Federico Lordi