Donald Trump e il muro che c’è già

Mr. Donald Trump scende in campo, anche se nessuno glielo aveva chiesto. Forse nemmeno quella parte del partito repubblicano che mantiene un minimo di decoro, di realpolitik, di cognizione di causa.
Perché il rampante miliardario invece, già dalla prima uscita pubblica rischia di far scoppiare un caso diplomatico.

Per fare il suo discorso ha scelto appunto la Trump Tower di New York e ha spinto su qualsiasi acceleratore mediatico per amplificare la portata delle fini analisi proposte, compreso periscope. Volendo riassumere in poche frasi il suo discorso potremmo dire che il succo sia stato: “Fin qui tutto male, ora arrivo io che sono un vincente e andrà tutto bene”. Il problema, se vogliamo, è che non ha usato parole molto differenti  “Il nostro Paese ha bisogno di un vero leader che possa far tornare i nostri posti di lavoro” e contro un’amministrazione che perde a tutti i tavoli Trump ha promesso di vincere in un Paese  “che non vince piu”‘, che perde contro la Cina, contro il Giappone, contro il Messico, contro il resto del mondo.

Il delirio è assicurato: basta aspettare pochi secondi ed ecco che Trump, come se fosse appena sbarcato da Marte, annuncia di voler combattere come nessuno mai prima d’ora la clandestinità e l’immigrazione, e lo fa senza giri di parole, senza promesse di vuote leggi, ma promettendo di costruire “un grande muro alla nostra frontiera meridionale e farò in modo che il Messico paghi per quel muro”.
L’imbarazzo a questo punto è un lusso che gli arcigni repubblicani non possono più permettersi. Innanzitutto perché un bel muro, chiamato muro della vergona, esiste già: è una barriera di sicurezza costruita dagli Stati Uniti lungo la frontiera al confine tra USA e Messico, che si snoda per chilometri  tra Tijuana e San Diego. E in secondo luogo perché da anni i Paesi del Centro America sono l’area in cui più che in ogni altro posto nel mondo gli Stati Uniti sono in grado di esercitare la loro egemonia, e il narcotraffico è da più parti presentato come un business pluri-miliardiario che non si ha nessuna intenzione di contrastare sinceramente (il perché è abbastanza ovvio).

Dal Messico e da vari Paesi dell’America Latina arrivano già le prime reazioni di indignazione, e francamente sarebbe bello che Trump riuscisse a costruire un muro alto alto lungo tutti i confini degli Stati Uniti, di modo che quando qualcuno dice cose del genere noi non le sentiamo.

@aurelio_lentini

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Aurelio Lentini

Laureato in Scienze Storiche presso L'università Statale degli Studi di Milano, oggi conduce una piccola libreria online, collabora con varie testate online, scrive, e tenta di venire a capo del mondo prima che il mondo venga a capo di lui.