(Dis)parità in salsa rosa

Non è bastata l’invasione di Montecitorio da parte delle deputate biancovestite. La Camera ha bocciato le quote rosa. Uno dopo l’altro, i tre emendamenti sono stati sonoramente sconfitti. Il voto segreto, però, non è – o meglio, non è soltanto – una conferma dello strapotere maschile sull’universo femminile, è anche una vittoria delle donne nei confronti di chi le vuole strumento di giochi politici che poco o nulla hanno a che vedere col garantire l’uguaglianza. Che sia sacrosanto augurarsi, come la Presidente Boldini, che ci sia un’adeguata rappresentanza femminile è lapalissiano. Che questa debba e, soprattutto, possa essere raggiunta mediante l’alternanza di genere all’interno delle liste elettorali è tutto da dimostrare. La rappresentanza è un diritto delle donne, ma se non ci sarà cambiamento sarà un mero riconoscimento formale. È retorico dire che la parità di genere, in Italia, è ancora utopia, ma è anche la constatazione di uno stato di cose. Le quote rosa sarebbero state la risposta – ipocrita – al problema della disuguaglianza da parte di chi poco o nulla ha fatto per combatterla. Sarebbe stata l’ammissione di un fallimento, dell’incapacità di realizzare senza costrizione, in politica come nella società, quei principi costituzionali che dovrebbero animare la politica. Il punto non è far entrare una donna in Parlamento perché rappresenta il 50% della popolazione. Il punto è non permettere che resti fuori nonostante lo meriti più di un uomo. Se un candidato è più competente, è giusto che ceda il suo posto a qualcun altro solo perché donna? La perfetta parità di genere in un Parlamento di nominati può essere automaticamente sinonimo di una maggiore qualità?

Anche in questa occasione, la politica ha dimostrato troppa superficialità e l’incapacità di riflettere sulla questione femminile senza strumentalizzazioni. Proprio l’8 marzo Napolitano aveva approfittato della Giornata della Donna per monitare contro il virus del «sessismo in politica» del MoVimento 5 Stelle. Il post «Cosa faresti se ti trovassi la Boldrini in macchina?» e i commenti che ha – consapevolmente – generato erano ignobili esempi di una società malata, così come le offese di De Rosa e Messora. Denunciarli è doveroso. Non lo è altrettanto la difesa a oltranza della Presidente Boldrini solo perché donna. Gli ultimi dodici mesi hanno mostrato fin troppo bene – come se ce ne fosse bisogno – che all’Italia non servono figure simboliche. La Boldrini, se non merita offese degradanti e gratuite, può e deve essere criticata nel merito del suo ruolo istituzionale. Ogni critica, invece, sembra un’accusa al suo essere donna, per di più al potere. Anche se sbaglia, e spesso lo fa, non può essere contestata, pena l’accusa di lesa femminilità. Sembrano non esistere vie di mezzo tra il rigurgito sessista e un’inattaccabilità mascherata da femminismo. Siamo ancora incapaci di concepire un’uguaglianza reale, ci nascondiamo dietro un perbenismo bigotto che, a parole, rende le donne intoccabili per rispondere a chi riesce a vederle solo attraverso la lente del maschilismo. Diciamo di lottare contro le disparità, ma riproponiamo ai massimi livelli istituzionali la retorica del sesso debole. Ultimamente addirittura la comicità, se si abbatte sulle ministre, fa storcere la bocca ai benpensanti (ma solo se sono di sinistra, la satira sulle avvenenti parlamentari di Berlusconi mai ha suscitato un tale livore censorio). Per mostrare un interesse che troppo spesso è mancato, abbiamo creato la nuova retorica del femminicidio e ce ne siamo riempiti la bocca. Per combattere la violenza sulle donne, però, non abbiamo fatto abbastanza. La verità è che, forse, non sappiamo guardare e pensare le donne fuori dagli schemi che conosciamo. Non è in punta di diritto che si conquista la parità, le quote rosa sono solo un escamotage da Gattopardo. L’ennesimo.

 

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Costanza Giannelli

Nasce e cresce (poco, in realtà) in Toscana. Nel 2013, dopo la laurea in Storia Contemporanea si trasferisce a Roma, dove approda alla redazione di Lineadiretta24. Lettrice onnivora e incontenibile logorroica, è appassionata di politica, diritti, storia, De Andrè e Scrubs, non necessariamente in quest’ordine. Curiosa di natura e polemica per vocazione, ama l’India e colleziona lauree, ma giura che la terza sarà l’ultima.

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