Dalla rottamazione al ripescaggio

Non è certamente novità, per il nostro Paese, convivere con una classe dirigenziale che si rimangia quanto detto anche pochi istanti prima, in un turbinio di menzogne e falsità che pure Pinocchio avrebbe forse ridimensionato il suo naso. Eppure, Matteo Renzi nel merito sembra poter stupire più di altri; se già tanto si è infatti detto sul suo primario supporto al Governo Letta, salvo poi scaricarlo a badilate, un accento andrebbe posto su quello che era il mantra iniziale nonché bandiera delle lotte che l’hanno portato alla fama nazionale: quello della rottamazione.

Ricorderete bene tutti: il giovane che avanza, via tutti i vecchi, classe dirigente sotto i 40, erano il pane quotidiano del renzismo. Slogan talmente forti da mettere in imbarazzo l’establishment di un partito dalle mille facce ma pur sempre sedimentato sugli umori dei capicorrente: da Bersani a D’Alema, da Rosi Bindi a Franceschini passando per Veltroni e quant’altro. In lui si erano così riversate le speranze e le aspettative di una gran parte di quella fetta di elettori del centro-sinistra (e non solo) che non si rivedevano nei protagonisti di un ventennio poco brillante della loro formazione di riferimento (e non solo, bis). Certo, poco ha a che vedere con questa prospettiva l’inizio al potere “reale”, quello lontano da Ponte Vecchio, quello nei palazzi che contano nel cuore della Capitale e del Paese. E ora che lo scranno di Palazzo Chigi è ormai assicurato, la lista di quelli che da rottamati stanno venendo pian piano ripescati continua a rinfoltirsi di ora in ora.
Bando alle voci e alle indiscrezioni, il primo dei “rieccoli” poteva essere il colpaccio: Romano Prodi, da subito contattato ma che ha preferito – dichiarandolo pubblicamente e senza indugi – farsi da parte per non avere voci in capitolo nel prossimo esecutivo. Ma non solo. Nel toto-Ministri si vocifera di Guglielmo Epifani (di certo non uno dei più sfegatati tifosi di Renzi), di Pier Luigi Bersani (ma solo se in condizioni fisiche adeguate), di Gianni Cuperlo ma anche di grandi ex dal sapore d’amarcord come Arturo Parisi, Giovanni Maria Flick, Piero Fassino e di altri dalle vaghe reminiscenze “tecniche” quali Fabrizio Barca, Lorenzo Bini Smaghi, Paola Severino e addirittura Luca Cordero di Montezemolo e Mauro Moretti (sì, proprio lui, quello di Trenitalia).

Ma il Re dei ripescati è ancora una volta lui, Silvio Berlusconi. Da decadente e decaduto si è ritrovato in un attimo in clinica per dimagrire (con Giovanni Toti) nonché a decidere per la prossima legge elettorale (con, per, in Matteo Renzi). Un’altra volta che sembrava fuori dai giochi, Sua Emittenza è stato decisamente ripescato dal mazzo e rimesso in campo in fretta e furia, in tutto il suo splendore, pronto per una consultazione – l’ennesima – al Quirinale promettendo una cosa che di certo mai gli è mancata: «responsabilità». E così in un baleno chi voleva mandare Berlusconi «in pensione» lo ha riconvocato con grande entusiasmo per farlo un’altra volta Padre della Patria, martire delle toghe, Santo subito.
Il vociare, si sa, lascia il tempo che trova. Però è da dirlo: come parte prima, questa rottamazione ha iniziato decisamente forte.

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Mauro Agatone

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