Comfort Women: si riaccendono le tensioni tra Giappone e Corea del Sud

Una statua di bronzo raffigurante una delle ‘comfort women’ eretta davanti al consolato giapponese di Busan ha riaperto un’antica ferita mai sanata e ha riacceso le tensioni tra Giappone e Corea del Sud. La statua è stata eretta per ricordare le 200 mila donne rapite con l’inganno (a volte con la promessa di lavori in qualità di operaie o infermiere) dalle truppe militari giapponesi all’inizio della Seconda Guerra Mondiale e da loro usate come schiave sessuali, meglio conosciute con l’appellativo ‘diplomatico’ di ‘comfort women. Eretta a Busan, nella Corea del Sud, proprio davanti al consolato giapponese è un monito contro gli orrori della guerra, contro le violenze, gli stupri inflitti a migliaia di donne coreane, filippine, cinesi dalle truppe militari giapponesi. Per quelle donne ridotte in schiavitù sessuale, destinate a diventare ‘comfort women’, per le superstiti e per coloro che non ci sono più, quella statua è e resta l’emblema di una lotta. È come se quella statua parlasse e raccontasse al mondo gli orrori che migliaia di donne furono costrette a subire durante la Seconda Guerra Mondiale. Ma il Giappone non ha apprezzato l’installazione.

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Comfort Women, la Corea del Sud si aspetta delle scuse dal Giappone

Tokyo ha definito ‘assolutamente deplorevole’ la collocazione della statua proprio davanti al consolato giapponese e ha così deciso di ritirare dalla Corea del Sud sia il console che l’ambasciatore. Il Giappone da parte sua non ha mai chiesto delle scuse pubblicamente per le azioni crudeli commesse dai plotoni d’assalto, sperando forse che il tempo e la storia avrebbero spazzato via quelle atrocità. Ma la storia non solo non cancella certi fatti e certe nefandezze, ma li rende eterni fino a tramutarli in un monito per le generazioni future.

Comfort Women

Nel dicembre del 2015 fu stipulato un accordo tra Giappone e Corea del Sud e in quella circostanza il Giappone promise che avrebbe elargito  8 milioni e mezzo di dollari come indennizzo per le donne superstiti e per le loro rispettive famiglie. C’è chi si stupisce del fatto che nemmeno la promessa di 8 milioni e mezzo di dollari come indennizzo sia servita a placare gli animi e a far tacere le vittime una volta per sempre, come se il denaro potesse comprare tutto, anche il silenzio. Nonostante l’accordo tra le due nazioni, gli animi di moltissimi attivisti sudcoreani e di molte delle vittime non si sono placati, e la statua di una delle ‘comfort women’ è stata esposta in bella vista davanti al consolato giapponese come se fosse una sorta di ‘memento’.

Il vice primo ministro degli esteri giapponese, Shinsuke Sugiyama, ha chiesto la rimozione della statua ritenendola offensiva e oltraggiosa nei confronti degli accordi stipulati tra i due Paesi. Oltre alla rimozione della statua dalla città di Busan il Giappone e al ritiro del console e dell’ambasciatore dalla Corea del Sud, ha bloccato i pagamenti degli indennizzi alle ‘comfort women’ e alle loro famiglie. In realtà, quello che i coreani chiedono ancora oggi e che ha condotto a questo incidente diplomatico è un riconoscimento morale e un’ammissione di colpa che il Giappone, nonostante il tempo trascorso, sembra ancora non voler concedere alle ex ‘comfort women’.

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Twitter: @Vale_Perucca

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Valentina Perucca

Valentina Perucca nasce a Roma nel 1982. Dopo aver conseguito la maturità classica si laurea in Lettere e Filosofia, all'Università La Sapienza di Roma. Appassionata di arte, letteratura, musica, viaggi. Specializzata in linguistica e glottodidattica, insegna italiano a tutti coloro che vogliono impararlo. Ama Catullo, Ovidio, Euripide, Sofocle, suoi migliori amici fin dalla più tenera età. Odia gli arrivisti, gli arrampicatori sociali e i cercatori d'oro.