Coltan, il Congo e la tua sporca coscienza

E’ arrivato il momento di comprare un nuovo pc. Il tuo non va più come quando lo hai acquistato due anni fa, il tuo amico ha l’ultimo modello di ultrabook che ribalta totalmente il concept di riassunto universitario portando una piccola rivoluzione anche nell’uso della bacheca di facebook e il nuovo smartphone uscito da poco sul mercato ha una pubblicità accattivante che ti ha letteralmente rapito. Devono essere tuoi, come fai a resistere?
Questi oggetti, come molti altri gioielli dell’informatica si presentano bene, il loro design è curato nei minimi dettagli, migliorano in maniera esponenziale il tuo ruolo in questa società.
Non porre freni ai tuoi acquisti, soprattutto non esitare davanti a chi ti incalza con argomenti del tipo «lo sai che ciò che compriamo ha rilevanti costi umani a causa dell’estrazione dei materiali?». Evita gente simile, ti sarà solo d’intralcio in questo mondo che corre veloce, evitala come la peste. Anzi fagli leggere l’etichetta audit a garanzia del tuo ultimo acquisto elettronico, fagli capire che il tuo prodotto è “conflict-free” e che tutte quelle storie che rimbalzano sul coltan estratto in Congo, un minerale che una volta raffinato diventa una polvere imprescindibile per la componentistica di tablet, laptop, smartphone e quant’altro, sono solo brutte storie di un passato ormai scomparso.

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Le rotte commerciali del Coltan ai giorni nostri

Scomparso? Un tempo, in Congo come nei paesi limitrofi, per questi minerali si uccideva: le grandi multinazionali dell’elettronica acquistavano coltan e cassiterite da intermediari sui mercati costieri Africani (Kenya e Tanzania su tutti). I minerali raggiungevano i porti commerciali grazie al lavoro sporco dei minatori, costretti a trasportare kili di queste materie prime per chilometri all’interno della giungla, un “diritto” concesso solo dopo il pagamento di un pizzo alle forze paramilitari (bande armate) che controllavano le miniere. Quella povera gente viveva per estrarre coltan e cassiterite da buchi angusti, sudici e senza nessuna misura di sicurezza: nessuna speranza di vita, ogni collina ricca di coltan era un girone dell’inferno e gli abitanti del Kivu erano impegnati esclusivamente sullo stesso processo meccanico, giorno dopo giorno. I bambini venivano prelevati dai soldati della Forces Démocratiques pour la Libération du Rwanda (FDLR) e da altre squadriglie paramilitari in quanto adatti più di ogni altro ad intrufolarsi in quelle fessure, dalle quali per una cifra irrisoria di denaro estraevano la pietra contenente il prezioso minerale. Il coltan è però radioattivo e causa di malattie e sciagure per molti di questi fanciulli, spesso morti prima della maggiore età.
Migliaia di donne e bambine sono state stuprate: lo stupro era il mezzo con cui le forze militari attive nel conflitto in loco mantenevano uno stato di caos e disordine, onde contendersi il controllo delle miniere. Era il mezzo più penetrante con cui strappare le ultime parvenze di umanità alle comunità locali. La storia che il regista Frank Piasecki Poulsen ha raccolto nel suo documentario “blood in the mobile” offre un’idea concreta di quella che era la realtà Congolese.

Ma oggi puoi tranquillamente goderti una bella giornata all’interno del tuo centro commerciale preferito. Lasciati trasportare dall’ebbrezza di tutti quei laptop in esposizione, acquistane uno! La comunità internazionale ha provveduto da qualche anno a risolvere la situazione e sia gli Stati Uniti che l’Unione Europea hanno sciolto brillantemente ogni questione legata al sanguinario mercato dei minerali di conflitto: i primi, tramite il “Dodd Frank Act del 2010, hanno imposto l’obbligo di una certificazione di provenienza sicura dei minerali a tutte le lobby del settore informatico ed elettronico. Non accigliatevi di fronte al fatto che queste regole siano aggirate tramite contrattazioni illegali con le bande armate che ancora oggi controllano le miniere o tramite il riciclo del coltan Congolese in paesi limitrofi come Uganda Angola e Ruanda per i quali non esistono le stesse limitazioni (il Ruanda produce ufficialmente Coltan ma non dispone di alcuna riserva). Sì non accigliatevi, oggi sulla confezione di numerosi prodotti appare il logo conflict-free e il fatto che i produttori Statunitensi acquistino lo stesso Coltan illegale del passato da intermediari Cinesi e Indiani (la cui azione sul mercato non è bloccata dalle stesse norme di legge) non è affar tuo. Non te ne curare, vivrai una vita migliore.

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Giovani minatori nella regione del Kivu, Congo orientale.

L’Unione Europea invece, seguendo il virtuoso esempio Americano, ha saputo fare di meglio: nel 2014 vi è stata una prima proposta legislativa della Commissione, tendente ad una certificazione puramente volontaria delle multinazionali circa la tracciabilità di provenienza dei minerali impiegati nella filiera produttiva. A questa ha fatto seguito una modifica migliorativa del Parlamento Europeo (marzo 2015 ndr), con l’obiettivo di mutare il carattere volontario delle certificazione in regime obbligatorio per tutte le imprese produttrici ed importatrici. Infine nel dicembre del 2015 il Consiglio ha riportato l’atto legislativo al disegno originario: ogni azienda sceglierà discrezionalmente se adottare o meno le certificazioni. Sul serio, non penserete che questo piccolo incidente di percorso freni le politiche di un’Europa che da sempre ambisce alla protezione dei diritti dell’uomo? Seguirà a breve un ultimo round conciliativo tra parlamento e Consiglio, mediato dalla Commissione. A porte chiuse e lontano dall’opinione pubblica? Sì esatto, ma non crucciarti, il fatto che ad oggi in Europa non vi sia una regolamentazione nero su bianco per questo dramma umanitario è soltanto un fenomeno temporaneo. Sicuramente le multinazionali hanno già fatto i compiti a casa da qualche anno. Stai tranquillo, fai un bel respiro e porta i tanto desiderati acquisti verso la cassa. Qualcuno dall’altra parte del mondo sta subendo uno stupro; qualcun altro si avvia verso 46 ore consecutive di lavoro straziante nelle miniere; ottantottomila sfollati in tutta la regione; 8 milioni di morti a causa di questa guerra negli ultimi anni secondo stime Onu; famiglie distrutte dalla sottomissione fisica e interiore ai gruppi armati dell’area finanziati dal commercio di questi minerali; governi corrotti; gli stessi caschi blu omertosi da anni circa ciò che sta succedendo. Tu per fortuna stai già caricando i nuovi pacchi nella tua monovolume, vero? E’ quello che desideravi in fondo no?

 

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Federico Lordi