Brexit, approvato l’accordo finale. Ma restano le tensioni sull’Irlanda del Nord

Il Parlamento Europeo ha approvato l’accordo finale tra UE e Gran Bretagna, ma le tensioni sul confine nordirlandese sono destinate a durare

Con l’approvazione dell’accordo sugli scambi e la cooperazione tra Ue e Regno Unito, la scorsa settimana Bruxelles ha posto fine all’infinita saga della Brexit, iniziata con il referendum del 2016. Ma i problemi, c’è da crederlo, non sono finiti qui; e molti hanno a che fare con la questione irlandese. Una vicenda che si comprende solo collocandola nella storia dei rapporti tra le due isole a cavallo del Mare d’Irlanda.

La Repubblica di Irlanda o EIRE ha ottenuto l’indipendenza dalla Gran Bretagna solamente cento anni fa, esattamente nel 1921, dopo che la Grande Guerra aveva esasperato tensioni assai più antiche. Il Regno Unito riuscì a tenere per la corona britannica solo le sei contee a maggioranza protestante dell’Ulster, nel nord dell’isola. All’interno delle quali le frizioni tra lealisti o unionisti, protestanti fedeli alla corona inglese, e repubblicani cattolici filo Eire a partire dagli anni ’60 hanno preso forma di guerriglia, di atti terroristici e di forti tensioni sociali. Solamente nel 1998, con il cosiddetto Accordo del venerdì santo, le parti hanno trovato un’intesa che prevedeva, tra le altre cose, pacifiche procedure da adottare in caso di referendum pro Eire. Che nella popolazione dell’Ulster potesse esserci una maggioranza favorevole all’annessione con l’Eire, era allora ritenuto improbabile.

Dopo oltre 3500 morti nel conflitto tra formazioni paramilitari come Irish Republican Army, Ulster Volunteer Force e Ulster Freedom Fighters, la pace sociale è dunque stata agevolata dalla garanzia di un non confine tra le due irlande, come peraltro già previsto dal Common Area Travel del 1923. Un confine vero e proprio, con tasse doganali, controlli e posti di blocco, avrebbe nuovamente esasperato divisioni e tensioni, sarebbe divenuto facile bersaglio per atti terroristici e avrebbe presupposto una massiccia militarizzazione; e poi, con entrambi gli stati all’interno dell’Unione Europea, sarebbe stato inutile. Nel frattempo, la demografia nordirlandese ha visto i cattolici diventare maggioranza. Circostanza trascurata dagli strateghi del referendum tra Leave e Remain del 2016, che contavano invece su un rapido dissolvimento dell’Unione Europea.

Da quel momento in poi, l’Ulster avrebbe dovuto seguire le sorti della madrepatria, uscendo anche da unione doganale e mercato comune europei con il ritorno di un hard border. Perdendone tutti i vantaggi, ma moltiplicandone gli svantaggi rispetto al resto del Regno: per via della particolare posizione geografica e per l’esistenza di un intenso interscambio economico con l’Eire. Una prospettiva le cui conseguenze si sarebbero esasperate in caso di no deal tra UE e UK, con enormi conseguenze economiche soprattutto per la piccola Ulster, e un probabile ritorno della stagione delle bombe e dei morti ammazzati.

Entrambe le parti hanno dunque dovuto tenere duro per non deflagrare. L’Unione Europea per scoraggiare altri leave da parte di stati membri divenuti euroscettici, e per tutelare l’Irlanda in quanto proprio stato membro. La Gran Bretagna, ma in questo caso sarebbe più giusto dire l’Inghilterra, già alle prese con i referendum indipendentisti della Scozia, in grado di mettere fine alla nazione. Alla fine l’accordo generale, compreso quello sul confine irlandese, è stato trovato lo scorso 24 dicembre.

Michel Barnier, il capo negoziatore dell’UE, lo ha riassunto definendolo come un accordo che “consente all’Irlanda del Nord di rimanere nel territorio doganale del Regno Unito e, al tempo stesso, di beneficiare del mercato unico”. Una questione essenzialmente doganale, con rilevanti conseguenze sulla tassazione Iva, per cui tra Irlanda e Ulster le merci dovrebbero circolare liberamente, ma tra Gran Bretagna e Ulster dovrebbero essere esperiti tutti i controlli a carico degli inglesi, a partire da aprile 2021. Firmato l’accordo, Boris Johnson – che di fatto è quello che nel negoziato aveva ceduto di più – ha fatto sapere che si sarebbe preso altri mesi, fino a ottobre o forse oltre. L’UE ha risposto facendogli causa, lo scorso marzo.

Ecco perché, nonostante la dichiarata soddisfazione delle parti per l’approvazione dell’accordo generale, in una risoluzione votata a larga maggioranza insieme all’accordo i parlamentari europei hanno deplorato “azioni unilaterali del Regno Unito in violazione dell’accordo di recesso”. La Brexit, formalmente risolta, probabilmente avrà ancora una lunga coda.

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Sergio Celestino

Sergio Celestino è nato a Torino da qualche anno. E' cresciuto al mare, ma anche a Seattle, Brugge, Anversa e Firenze; ora vive nei pressi di un'antica città etrusca, vicino Roma, e non ha gatti. Viaggia con lo zaino per tenere mente aperta e braccia libere, dice. Da piccolo era biondo ma ora è architetto; tuttora del capricorno, è a tempo pieno camminatore e luogologo.