Brasile, arrestato il vicepresidente di Facebook

Il vicepresidente di Facebook per l’America Latina, Diego Dzodan, è stato arrestato dalla polizia federale nella città di San Paolo in Brasile. Il motivo dell’arresto, come viene riportato dai media brasiliani, è stato la mancanza di collaborazione di Facebook in indagini sul narcotraffico, aventi come oggetto dei messaggi su WhatsApp, quest’ultima piattaforma social di Mark Zuckerberg. Le forze dell’ordine hanno agito su mandato del giudice della città di Lagarto, nello Stato di Sergipe, nel Nord-Est. Il giudice inizialmente ha deciso di multare il colosso statunitense con una sanzione da un milione di real brasiliani – circa 230 mila euro da pagare entro 30 giorni – e poi ha proceduto con l’arresto di Dzodan.

La reazione di Facebook non si è fatta attendere. «Siamo amareggiati», così dichiara un portavoce dell’azienda sull’arresto del vicepresidente di Facebook che continua: «Si tratta di una decisione estrema e non proporzionata. Siamo sempre stati disponibili e continueremo ad esserlo a collaborare con le autorità. Siamo rammaricati della scelta di scortare un dirigente Facebook presso una stazione di Polizia in relazione al caso che coinvolge WhatsApp, che opera separatamente da Facebook». Anche l’azienda di WhatsApp si è espressa sulla vicenda: «Non possiamo fornire informazioni che non abbiamo. Abbiamo collaborato al massimo delle nostre capacità in questo caso e se da una parte rispettiamo il lavoro importante delle forze dell’ordine, dall’altra siamo fortemente in disaccordo con la loro decisione». Il portavoce di WhatsApp spiega che le due società sono separate: «WhatsApp e Facebook funzionano in modo indipendente, quindi la decisione di arrestare un dipendente di un’altra società è un passo estremo e ingiustificato».

Per Facebook questo è il terzo conflitto con la giustizia in un anno. Lo scorso dicembre un giudice ha bloccato temporaneamente WhatsApp per non aver rispettato due volte la richiesta di accesso ai dati di alcuni utenti che, secondo le autorità del paese, sono coinvolti in un cartello criminale. Nel febbraio del 2015, invece, Facebook si è ritrovata con un secondo conflitto con la giustizia perché ha negato a un giudice l’accesso a dati personali riguardanti a un’indagine di pedofilia. L’azienda di Zuckerberg si è rifiutata di fornire agli inquirenti i dati richiesti in tutti questi casi.

Il vicepresidente di Facebook, Dzodan, non è nemmeno il primo dirigente di un’azienda informatica ad essere stato arrestato. Nel 2012 è stato fermato il presidente di Google, Fabio José Silvia Coelho, per non aver ritirato da YouTube alcuni video che diffamavano un candidato alle elezioni municipali.

Questa vicenda che riguarda Facebook, come quella che sta coinvolgendo la Apple, riaccende di nuovo il tema sulla privacy negli Stati Uniti. La Apple, infatti, si è rifiutata di rispettare l’ordine di un tribunale che gli ha chiesto l’accesso ai dati dell’iPhone di uno degli autori della strage di San Bernardino. Questo atteggiamento è stato condiviso da altre aziende informatiche come la Google e lo stesso Facebook. Di fronte a questa vicenda non manca una dimensione di carattere politico, dove lo stesso amministratore delegato di Apple, Tim Cook, si è dichiarato pronto a portare la questione davanti alla Corte Suprema. Cook ha fatto pubblicare anche una lettera nei giorni scorsi per sottolineare un «pericoloso precedente» se la Apple fosse tenuta a rispettare la richiesta di decriptare l’iPhone del terrorista, Syed Rizwan Farook. L’azienda, peraltro, sostiene che il governo vuole che danno vita a una «back door» capace di violare le protezioni dello smartphone. Questa back door sarebbe troppo pericolosa perché, una volta creata, esporrebbe tutti i consumatori ad abusi o crimini da parte di pirati.

Con queste vicende continua la lotta tra le aziende di hi-tech e i governi sulla questione privacy. Non è certamente facile dar ragione a qualcuno, il tema di cui si sta tanto parlando non è semplice da risolvere in poco tempo. Bisogna capire dove la privacy va tutelata dalle aziende e dai governi e dove, invece, decade questa tutela se di fronte ad atti di terrorismo o a organizzazioni malavitose. Con l’arresto del numero due e vicepresidente di Facebook dell’America Latina non dà sicuramente una valida risposta al tema tanto spinoso sulla privacy.

 

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Twitter: @AlfoRic85

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Alfonso Riccitelli

Mi chiamo Alfonso Riccitelli sono nato a Piedimonte Matese in provincia di Caserta, trasferito a Roma dove mi sono laureato in Scienze Politiche, ho collaborato con uniroma.tv e radiosapienza come speaker. Le mie passione sono il cinema e le serietv americane, seguo anche lo sport specie il calcio e la pallacanestro. Il mio sogno è di diventare un giornalista, magari affermato.