Bernie Sanders: il sogno americano

Bernie Sanders

Sen. Bernie Sanders (AP Photo/Carolyn Kaster)

Bernie Sanders è quello che gli Stati Uniti d’America non sono mai stati, e forse non saranno mai: la speranza di un mondo più giusto. Il successo dirompente del Senatore del Vermont passato da candidato marginale e sognatore screditato a unico avversario, piuttosto fastidioso, per una Hillary Clinton dalla pessima cera, è destinato a fare storia.

Bernie Sanders ha sfondato tra i giovani americani, con parole chiave semplici che parlano la lingua dei problemi veri: eguaglianza tra sessi, razze e religioni; lavoro, clima, sanità. Ma soprattutto coerenza. Forse è questa la dote più carismatica, il premio per una vita (Sanders ha 74 anni) passata all’insegna della lotta per i diritti. Fin da quando era un giovane studente, Bernie ha mantenuto un profilo coerente, limpido, per certi versi potremmo dire puro: da quando si batteva per la parità tra bianchi e neri e manifestava contro la guerra in Vietnam,  a quando autorizzò il primo Gay Pride come sindaco di Burlington; da quando si opponeva alla follia del maccartismo a quando fu uno dei pochissimi a votare contro l’intervento in Iraq dopo l’11 settembre Bernie è rimasto lo stesso. È maturato, naturalmente, ha i capelli bianchi e la schiena un po’ curva, ma è sempre quel socialista democratico che ha in testa un’idea ben precisa di come dovrebbero andare le cose nel mondo e nella sua America.

Bernie SandersAl di là del risultato delle primarie Bernie Sanders ha già ottenuto il successo di animare lo scontro politico alla base di un Partito Democratico in stato vegetativo, che ora sembra essere galvanizzato pur essendo stato spaccato in due dal meteorite Sanders. Dopo la vittoria di qualche giorno fa in Oregon (con il 53,6%), Bernie ha infatti annunciato che correrà fino alla fine e che darà battaglia alla Convention Democratica. Il suo scopo non è tanto quello di vincere la corsa alla Casa Bianca, o meglio non solo, ma soprattutto quello di dare atto a una rivoluzione politica senza precedenti, per ottenere cambiamenti che provengano dal basso e colpiscano al cuore i mostri sacri, e orrendi, della politica americana, lobbismo e diseguaglianza in primis.

Il programma Sanders è chiaro: sistema sanitario nazionale (ispirato in parte a quello italiano) improntato alla tutela dei ceti medio bassi, ancora di fatto “esclusi” dalla riforma Obamacare che resta troppo cara; reintroduzione del Glass-Steagall Act, cioè della separazione tra banche e banche d’investimento (la banca prettamente detta si occupa di conservare i soldi e non può investire il denaro versato dai cittadini, le banche di investimento si occupano esclusivamente di fare investimenti), contro l’attuale legge Dodd-Frank che le identifica, e sappiamo con quali conseguenze; università pubblica gratuita pagata con una imposta sulla speculazione a Wall Street;  un salario minimo subito portato a 15 dollari l’ora.

Bernie SandersMa soprattutto Bernie Sanders punta alla messa al bando di lobby e grandi finanziatori ai candidati, al fine di ristabilire l’integrità e risanare la democrazia, puntando coerente e testardo contro il vero cancro della democrazia americana che postula il bene comune al soddisfacimento dei grandi interessi privati. Contro questo, Bernie ha attratto più giovani e militanti di quanti ne avesse mossi Obama, puntando sulla partecipazione dal basso e spontanea, ridando loro un’energia e una determinazione che nessun conto in banca può ottenere, ma una grande speranza di cambiare insieme il corso degli eventi sì.

Sono solo sogni? Probabilmente, ma gli Stati Uniti – al netto degli (enormi) difetti – sono anche un popolo di sognatori, di uomini che con il loro esempio, e sacrificio, hanno cambiato in meglio le sorti del mondo. Perciò c’è bisogno di Bernie Sanders. Ora e sempre #bernierevolution .

@aurelio_lentini

 

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Aurelio Lentini

Laureato in Scienze Storiche presso L'università Statale degli Studi di Milano, oggi conduce una piccola libreria online, collabora con varie testate online, scrive, e tenta di venire a capo del mondo prima che il mondo venga a capo di lui.