I quarantatré morti per la verità

I quarantatré studenti trucidati e bruciati vivi dai gruppi del narcotraffico hanno strappato il velo che copriva la dura realtà della vita messicana, un paese dimentico del proprio passato che fino ad ora è stato incapace di ribellarsi ai soprusi e riprendersi la vita.

Un massacro per bucare il silenzio. Tanto ci è voluto perché la “questione messicana” diventasse degna dell’attenzione dei mezzi di comunicazione di massa internazionali. Un fatto che non lascia sgomenti, ma assolutamente disgustati, il rapimento e l’omicidio di quarantatré giovani della scuola normales di Ayotzinapa, nello stato di Guerrero. Una goccia terribilmente amara e densa nel vaso pieno del sangue dei morti ammazzati in circostanze sospette, o degli altrettanti desaparecidos che in Messico raggiungono cifre davvero impressionanti (si parla di decine di migliaia all’anno nelle quali rientrano migranti falcidiati al confine dai narcotrafficanti, donne violentate, dissidenti e attivisti politici). Ma questa volta il vaso sembra essere traboccato.

Durante l’ultima sessione del Tribunale Permanente dei Popoli riunito a Città del Messico dal 12 al 15 novembre con il titolo «Libero commercio, violenza, impunità e diritti umani dei popoli. Capitolo messicano», alcuni dei compagni di scuola dei 43 ragazzi uccisi erano lì per testimoniare l’orrore (altre parole non ce ne sono) per la scomparsa dei loro compagni. Le scuole normales sono una preziosa eredità della rivoluzione messicana, e sorgono nelle zone più povere del paese per favorire l’alfabetizzazione e il miglioramento delle condizioni di vita della popolazione, ormai cadute completamente in disgrazia perché il governo ha praticamente azzerato i fondi. “Mangiamo quello che coltiviamo noi stessi nei campi della scuola” dice uno degli studenti “ma non basta a pagare gli insegnanti. Oggi ancora il 20% della popolazione di Guerrero è analfabeta. La nostra lotta contro questo degrado è stata definito dalle autorità delinquenza organizzata”. Da sedare nel sangue, ovviamente.

Ma da allora le proteste si sono levate con una forza che sembrava dimenticata e i ragazzi non sono spariti nel nulla e nei ricordi delle famiglie. Le manifestazioni di protesta sono spuntate fuori come funghi, e hanno affollato piazze e strade di molte città del Messico. Gli studenti hanno formato tante colonne quanti i nomi dei ragazzi uccisi in marcia da vari punti del paese verso città del Messico, dove il 20 novembre, giorno in cui si celebra la rivoluzione del 1910, il presidente Peña Nieto è stato costretto a mostrare i muscoli, a blindare la capitale e ordinare la repressione.

Ma l’impegno più difficile sarà difendersi dalle nemmeno troppo velate accuse di connivenza mosse da vari esponenti dei movimenti e delle associazioni di base. Perché non è possibile che 43 studenti spariscano senza la collaborazione di qualche corpo di polizia, come altrettanto raccapricciante è che nelle ricerche dei corpi dei 43 ragazzi siano state trovate decine di fosse comuni, e nessuna autorità ha fornito spiegazioni adeguate.

Monsignor Raul Vera, giurato del tribunale dei popoli e sacerdote in prima linea nella lotta contro la povertà e i sosprusi, ha usato parole di fuoco contro lo stato messicano e i suoi burattinai: “c’è più che una buona ragione per accusare i presidenti del Messico, da Carlos Salinas de Gotari fino a Enrique Peña Nieto, di crimini contro l’umanità, genocidio, deviazione del potere […] E in conseguenza del Nafta (il Nord American Free Trade Agreement ) che è stato smantellato lo stato e si è criminalizzata l’economia. Vorrebbero che morissimo in silenzio come i lebbrosi, che il Messico fosse popolato da fantasmi e da schiavi, che vanno a estinguersi nelle caverne per far sparire i propri cadaveri”.

Le sentenze del Tribunale dei Popoli sono prive di valore giuridico, ma hanno sempre un forte impatto etico e morale. E soprattutto, i giorni di collera e mobilitazioni che hanno accompagnato questa udienza hanno forse riacceso una speranza, o una voglia di ribellarsi, che potrebbero ridestare antichi ideali e incarnarsi in nuove lotte.

@aurelio_lentini

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Aurelio Lentini

Laureato in Scienze Storiche presso L'università Statale degli Studi di Milano, oggi conduce una piccola libreria online, collabora con varie testate online, scrive, e tenta di venire a capo del mondo prima che il mondo venga a capo di lui.