25 aprile e 1° maggio: giornate perdute?

A un certo punto, però, la situazione crolla, va a sbattere, e tutto quello che abbiamo detto fino a quel momento ci appare come irrisorio e privo di significato e l’unica cosa che ci resta da fare è provare ad abbracciarsi sperando che la passione riesca a tenerci uniti. Oggi dire 25 Aprile o 1° Maggio, seppure in misura diversa, mi pare che faccia un po’ lo stesso effetto. Mai come quest’anno due delle giornate chiave della storia e dell’identità italiana sono passate così in sordina, ovattate e confuse nel frastuono del ciarpame celebrativo e delle dichiarazioni scontate. Naturalmente sono state cantate le canzoni, sono state percorse le marce, alzate le bandiere, ascoltati i discorsi, indossati i fazzoletti rossi e tricolori. Ma ci sono state le lacrime, la gola stretta, i magoni e i mal di pancia? Abbiamo solo cantato o abbiamo pianto cantando?

Se le celebrazioni della giornata della liberazione e della festa dei lavoratori si sono ridotte appunto a semplici celebrazioni è perché qualcosa non va. La sensazione è quella di vivere nel momento peggiore del riflusso, quando si è risucchiati contro ogni sforzo dalla forza degli eventi e trascinati in mezzo agli abissi profondi. Se giorno per giorno la libertà, intesa tanto come libertà individuale quanto come libertà dei popoli, e il lavoro, inteso come dignità nel e diritto al lavoro, sono mortificati e ridotti a brandelli dalla realtà delle cose, da leggi inique e conservatrici (vedi non solo il DL Poletti ma anche le recenti proposte inglesi riguardo il sussidio di disoccupazione), da interessi economici e geopolitici che non tengono minimamente conto della vita e del benessere delle persone, se tutto questo accade e nonostante ciò si resta in silenzio e ci si abitua al suo “normale” accadere allora di giornate come queste sembra essere venuto meno il senso.

Che il discorso mediatico in merito alla liberazione e al primo maggio sia un calderone dove ribollono e ogni tanto scoppiano cose orripilanti non è certo una novità, e non è questo il problema. Cosa manca in due giornate che sono diventate più occasione per ponti vacanzieri che per il riaccendersi di riflessioni e propositi? Se il contesto è sempre più indifferente ed estraneo allo spirito rievocato da queste giornate non è forse perché a mancare sono proprio lo spirito e la passione che le hanno permesse in passato? Non è perché la lotta per la libertà e per il lavoro sono espressione di movimenti e battaglie comunitarie che non siamo più in grado di combattere perché troppo concentrati a livello egoistico e individuale?

Per tutto l’anno litighiamo con tali questioni, che sono quelle che volenti o nolenti ci hanno portato fin qui, ma in queste due giornate arriviamo a quel momento in cui, come nei litigi d’amore, si intravede il muro davanti e le nostre parole, o forse tutta la vita condotta fin lì, vengono messe completamente in discussione. Se dunque esse ci appaiono estranee è per un motivo soltanto, stiamo provando l’abbraccio ma non sentiamo più nulla, non riusciamo più a piangere.

Twitter @aurelio_lentini

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Aurelio Lentini

Laureato in Scienze Storiche presso L'università Statale degli Studi di Milano, oggi conduce una piccola libreria online, collabora con varie testate online, scrive, e tenta di venire a capo del mondo prima che il mondo venga a capo di lui.

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