Giulio Regeni torturato dai servizi segreti egiziani e l’Italia sta a guardare

Giulio Regeni torturato. «Sette costole rotte, segni di scosse elettriche sui genitali, lesioni traumatiche e tagli inferti con lame affilate su tutto il corpo, lividi e abrasioni e anche un’emorragia cerebrale», questo si evince dall’esame autoptico. Le lesioni, sono state sicuramente provocate da mani esperte. Chiunque abbia esperienza di guerriglia, di servizi, di forze di polizia, non può non confermare questa teoria. Un fatto rilevante però non viene sottolineato: se fosse stato torturato e ucciso dall’ Intelligence egiziana, il corpo non sarebbe mai stato ritrovato. I servizi, non lasciano tracce. E se il ritrovamento del cadavere martoriato del ricercatore italiano fosse stato imposto da un ordine superiore? Allora sì che si può parlare di complotto internazionale.

Prelevato e arrestato il 25 gennaio da “alcuni agenti egiziani”, è stato barbaramente ucciso al Cairo. Secondo il New York Time, sono stati agenti delle forze dell’ordine a catturarlo (proprio ieri, le autorità egiziane hanno però dichiarato la loro completa estraneità ai fatti, ndr) ma, in Egitto la polizia non può fermare la gente in mezzo alla strada a meno che non abbia intenzione di arrestarla. E per quale motivo avrebbero dovuto arrestarlo? Il movente dei contatti di Regeni con l’opposizione egiziana appare privo di forza. Un fatto è certo, il ricercatore italiano scriveva sotto pseudonimo per il Manifesto perché, secondo la testimonianza di Giuseppe Acconcia, (ai microfoni di radio popolare, ndr), aveva paura per la sua incolumità.

Su Giulio Regeni torturato e ucciso, si è già scritto molto, ci distraggono con dubbi complottistici tra servizi segreti e agenzie deviate del Cairo, ma il vero lato oscuro della vicenda è un altro e riguarda casa nostra: l’Italia cosa fa?

Giulio Regeni

Sta a guardare come al solito. Si certo, sono stati attivati i servizi segreti che faranno egregiamente il loro lavoro ma lo Stato, quella entità ormai astratta nel nostro Paese ha preso una posizione politica? Come si fa a tacere dopo i vari depistaggi delle autorità egiziane sulla scomparsa del ragazzo italiano? Giulio Regeni non era un militare e quindi non è stato assaltato e ucciso un pezzo del nostro Stato, per quanto ne sappiamo era un civile, un ricercatore che aveva preferito lo studio, lo studio più pericoloso, quello della politica. Capirne le dinamiche, anche internazionali gli è costato la vita.

A un militare italiano che muore combattendo, viene giustamente concesso il funerale di Stato, è morto per “difendere” i principi e i “valori” della nostra nazione, viene avvolto nel tricolore e omaggiato dal Presidente della Repubblica; un civile che muore per mano di uno Stato straniero crea un problema e imbarazzo internazionale che siamo incapaci di risolvere a livello diplomatico, si parla allora di complotti o di tragica fatalità. L’assordante silenzio del governo Renzi è un chiaro messaggio dell’Italia ad Al Sisi. Un messaggio di disponibilità a tacere, a voltarsi dall’altra parte in nome di quell’amicizia, basata sulle ottime relazioni commerciali che si stanno sviluppando con un affare che si aggira sui 5 miliardi di euro ai quali si aggiunge il giacimento di gas scoperto dall’Eni in acque egiziane.giacimento gas eni

L’unico fatto chiaro in tutta questa vicenda è che per l’ennesima volta abbiamo dimostrato la pochezza del nostro Stato, che si vende e si svende, che tace sulla morte cruenta dei propri concittadini in nome di quel dio che è il denaro.

Twitter: @GianluGaeta

Vai alla Home page

Leggi altri articoli dello stesso autore

 

 

Vuoi commentare l'articolo?

Gianluca Gaeta

Il Direttore - Nasce come giornalista d'inchiesta, spaziando tra politica e cronaca. Dirige negli anni le testate giornalistiche ccsnews e parolibero infine approda a LineaDiretta24. Tra le sue attività, c'è quella di sindacalista. Viene eletto all'unanimità Segretario Nazionale dell' Associazione sindacale autonoma Giornalisti Italiani "Asagi". Esperto di sicurezza sul lavoro e di contrattazione sindacale. Si batte per la tutela dei lavoratori non solo in ambito giornalistico. L'inchiesta, il suo primo amore, non lo molla e non la molla mai.