Una specie di Alaska, visto al Quarticciolo

 Racconta la storia di Deborah che si sveglia dopo quasi tre decenni da un coma letargico grazie a un’iniezione. Al centro della scena c’è un letto su cui si trova la ragazza ormai donna, un lenzuolo bianco, una coperta patchwork dai tanti colori. Sulla sinistra un tavolo, delle sedie. In quella che è la stanza dove Deborah ha trascorso un tempo lunghissimo c’è il suo medico e, sullo sfondo in penombra, una donna che aspetta di poter entrare. Deborah si è svegliata. L’interprete, Sara Bertelà, ne tratteggia con bravura il complesso ritratto: un’adolescente confusa, allegra e smarrita insieme, la sua distanza fisica dal resto del mondo, l’incredulità e il timore negli occhi vispi, l’energia e il dolore delle sue risate. Un’intrerpretazione sopra le righe, talvolta eccessiva che sembra in netta contrapposizione con la pacatezza e quasi l’assenza delle altre due figure. Il medico (Nicola Pannelli) e la sorella (Orietta Notari) sembrano stanchi. Sono tristi e vecchi soprattutto se messi a confronto con l’euforia e l’energia della malata. Ma ci sono momenti intesi in cui anche in lei la consapevolezza si fa strada e in cui la spietatezza della verità sembra essere troppo pesante. Il suo sentirsi soffocata, oppressa ritorna a interrompere i suoi ricordi e a ripiombarla nella sofferenza.

 Il rumore di una goccia che cade continua ad accompagnare pubblico e interpreti per tutta la durata dello spettacolo. Un elemento quasi trascurabile, ma che si insinua con forza a ricordare l’inesorabilità del tempo che scorre. Una specie di Alaska è uno spettacolo che lascia un senso forte di smarrimento, di impotenza e quella sensazione di freddo che solo la morte può appiccicarti addosso.

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Redazione Parolibero

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