Una passeggiata nell’orto botanico di Berlino

Berlino – Arrivato in una città il visitatore curioso predilige generalmente saziare il proprio sguardo nelle sale dei musei più importanti; fendere le piazze storiche affollate di turisti vocianti e ammirare, dopo essersi ristorato nei locali tipici, le architetture antiche e moderne degli edifici che raccontano silenziosi il volto e la complessità dell’area urbana. È raro che scelga di trascorrere qualche ora in quelle preziose oasi di verde chiamate orti botanici; luoghi che solo poche città hanno il privilegio di ospitare dentro i loro consueti imperi di cemento. È intorno al ‘500 a.c. che le piante iniziano a essere raffigurate con una puntuale ricerca del dettaglio, grazie a quella che risulta essere una della opere più copiate della storia della letteratura; parliamo del Codice Dioscorideo (noto come De Materia Medica) di cui se ne conserva una copia nel museo di Vienna. Il testo, donato nel 512-513 alla figlia dell’imperatore, ebbe come ultimo proprietario il medico Solimano, il cui figlio lo diede in vendita all’imperatore Massimiliano II d’Austria; durante il medioevo i miniatori portarono a un’estrema stilizzazione le figure, rendendole irriconoscibili, e fu solo merito degli arabi e della loro encomiabile cura nella conservazione del testo se ritrovarono la loro forma iniziale. Mentre in Europa si va recuperando l’antico modo di rappresentare i vegetali, «tra il ‘300 e il ‘500» – come scrive Tiziano Fratus ne L’italia è un bosco – «iniziano i primi tentativi di Hortus Botanicus, spazi coltivati con l’obbiettivo di studiare le potenzialità di erbe e piante e produrre medicine». Come testimoniano alcune farmacie presenti in certi monasteri e certose questo compito era anticamente svolto negli horti sanitatis dei conventi e monasteri. Ma è con la scoperta del Nuovo Mondo e con gli innumerevoli viaggi oltreoceano delle popolazioni europee che gli orti botanici diventano «laboratori di sperimentazione per eccellenza dei medici e della nascente botanica sistematica, mescolando erbe e piante nostrane alle esotiche».

Il Botanische Garten di Berlino con i suoi 43 ettari di superficie e con circa ventiduemila specie di piante differenti può essere considerato uno degli orti botanici più prestigiosi del mondo e sicuramente il più grande d’Europa. Costruito sul finire del ‘900 con il solo scopo di studiare gli esemplari vegetali presenti nelle colonie tedesche, è oggi una meravigliosa miscellanea di odori e colori sotto l’instabile cielo della fiorente capitale tedesca. La sua forma di parallelepipedo ospita in uno dei quattro angoli l’importante museo di botanica e contempla nel suo ampio interno ben dodici diverse sezioni, attorno le quali si srotola un sinuoso percorso costellato di bellezze naturali; gli occhi poi dopo averne assaporato le fattezze si posano sulle targhe infilzate nel terreno, sulle quali nitidi, campeggiano i nomi scientifici di ogni singola specie seguendo la settecentesca rivoluzionaria classificazione binomiale dello svedese Karl Linné. Il suono sibilante del latino risuona nella mente del lettore, dando voce con una certa solennità all’incanto discreto e gentile di ciascun vegetale: Laurus nobilis, Fagus sylvatica, Prunus serrulata, Salix tristis. Di denominazione in denominazione cresce il gusto e la curiosità di conoscere dopo aver indugiato sul colore e la forme delle foglie, sul portamento e la superficie del fusto il nome scientifico della pianta; gli occhi allora si muovono rapidi alla ricerca della piccola insegna rivelatrice a volte nascosta tra il verde rigoglioso dell’erba che l’avvolge. Ed è come se il il latino, divenuta ormai lingua morta, riprendesse vita per dare voce a queste silenti meraviglie; ecco allora la palma nana presentarsi come Chamaerops humilis (dal greco χαμαί chamái, “a terra” e ῥώψ rhṓps, “cespuglio”) o la semplice vite completarsi nel nome di Vitis vinifera (dal latino vinifero che produce vino).

Ma in questa sinfonia, oltre alla vista, anche gli altri sensi sono coinvolti; nell’angolo del tatto e degli odori, l’olfatto è d’improvviso risvegliato dagli olezzi inebrianti della Theobroma cacao con i suoi frutti a forma di cedro allungato o da quelli della Lavandula, più nota come lavanda e usata nell’antichità per detergere il corpo (lavanda= gerundio latino, che si deve lavare); lasciar scivolare i propri polpastrelli sulle variegate superfici delle foglie è una sensazione meravigliosa: lisce, pungenti, rugose, vellutate, leggere pronte a corrispondere alle diverse sensibilità di ogni palmo.
Dopo aver poi attraversato il fitto arboreto per ammirare le alte sequoie, gli abeti, i larici e il pino silvestre con la sua corteccia squamosa e il verde glauco della sua chioma, non si può ignorare l’elegante via dei boschi giapponesi, dove troneggiano alcuni esemplari di Ginkgo biloba; questo vero e proprio fossile vivente dalle foglie a forma di ventaglio è originario della Cina e, dopo aver resistito alle radiazioni generate dalla bomba atomica precipitata su Hiroshima, è diventato il simbolo della città di Tokio. Usciti dall’estremo oriente e penetrati nella sezione contigua ci si trova per magia catapultati nell’ottava sezione, all’interno della quale è possibile esplorare la flora presente sulle vette dell’Himalaya in cui spicca con il rosso scarlatto spiegato sui suoi cinque petali la Lychnis chalcedonica, conosciuta come la croce maltese.

Come scrive ancora Fratus, «la conoscenza botanica non è una forma di sapere scientifico e nozionistico» ma «è innanzitutto un sapere artistico»; discernere le forme delle foglie, la composizione dei tronchi è un modo per approssimarsi all’estro creativo dell’Artefice Supremo e visitare un orto botanico è di certo uno dei modi per far attecchire nel proprio intimo il seme di questa splendida consapevolezza.

@alberodanzante

Foto di Sonia Bartuccelli

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Filippo Deodato

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