Torna “In another country”

 Protagonista una donna francese che condivide con lo spettatore tre storie – o circostanze che dir si voglia – narrate nel medesimo luogo e vissute dagli stessi personaggi. Da una parte la spiaggia di Mohang, sudcoreana, surreale, quasi anonima; dall’altra donne e uomini che si distinguono nella loro ordinaria quotidianità. Lei è Isabelle Huppert, interpreta una nota regista, una donna giunta con l’amante coreano e una moglie abbandonata dal marito regista per una coreana. {ads1} Stessa persona? Non si direbbe. E i personaggi? Loro sì. Il più convincente è il bagnino che rappresenta la valvola di smarrimento di lei o meglio delle tre donne. Lui è la reincarnazione di In another country, “francesemente sudcoreano”, seduttivo, tragicomico. Confusione e ricerca di una spensierata libertà che la protagonista contrappone a un innato bisogno di “salvezza o senso ultimo” proiettato nelle figure del faro e del monaco. Fusione di costumi, culture e tradizione; da una parte la Corea dall’altra la Francia raccontate dal “più francese tra i registi sudcoreani”. Hong Sang-soo si diverte a scambiare, tagliare e ricomporre frammenti stereotipati simili a Woman on the Beach (2006). {ads1} Dialoghi scarsi – semplici per essere ottimisti – così come l’ambientazione e la qualità che non vanno oltre il “quanto basta”. In another country è stato definito uno “storytelling simmetrico nella concatenazione di storie o di storia” la cui protagonista, nonostante cambi identità e personalità, resta sola. C’è commedia, dramma, ironia e romanticismo. Seduzione e guerra, voglia di ridere e pessimismo, esclusione ed esagerazione. In another country potrebbe avvicinarsi a un romanzo di Murakami, intimista, introspettivo, sensibile ma assolutamente inimitabile. Il paragone sarebbe adatto se Hong Sang-soo fosse andato oltre la narrazione del film conquistando l’anima dello spettatore che è ancora in attesa di qualcosa. Cosa? Hong Sang-soo purtroppo non lo sa.

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Silvia Vetere

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