Tony Allotta ci chiede se si può vivere senza amore

 Attraverso un monologo di circa un’ora e mezza, senza alcuna pausa, Momo, il protagonista della storia, giovane arabo lasciato, dalla madre- prostituta, alle cure di Madame Rosa, anziana prostituta ebrea scampata ai campi di concentramento di Aushswitz e “proprietaria” di un appartamento- orfanotrofio nella Belleville multietnica parigina degli anni ’80, ripercorre la sua difficile infanzia arricchendo il racconto di un’allegra e divertente malinconia e interagendo, sia verbalmente, che gestualmente, con il pubblico. La vita, per Momo, non è stata assolutamente generosa; costretto a vivere in stanze spoglie, sporche e affollate da altri bambini, con i quali condivideva il tortuoso destino assegnato ai figli di prostitute, il giovane arabo vedeva, in Madame Rosa, un punto di riferimento, una luce, uno stimolo che, almeno per un momento, sentì di aver perso quando scoprì che l’anziana prostituta percepiva denaro per dare affetto a lui e ai suoi coinquilini. Nonostante la dura verità, né Momo, né il pubblico, grazie ai ricordi del protagonista, può fare a meno di affezionarsi a quest’altrettanto sfortunata e segnata donna ebrea, la quale rappresenta la figura centrale, anche se fisicamente assente, del racconto e della memoria di Momo, che ce la descrive sottolineandone gli aspetti più generosi, malinconici e, allo stesso tempo combattivi, proprio come se rappresentasse la donna eroica della sua infanzia.

La scenografia, del tutto priva di orpelli, è all’insegna della semplicità: un ombrello, migliore amico del protagonista, una scala, dei pesciolini di carta appesi al soffitto e un telo, in bella vista, con su scritto Si può vivere senza amore? Argomento chiave dello spettacolo, questa domanda il protagonista la rivolge anche al pubblico, incitandolo a riflettere sul significato della parola Amore, termine tanto astratto, tanto ampio ed evanescente che, però, se ci si ferma a pensare, basta poco per viverlo intensamente. Cosa avrà voluto comunicare Momo con il suo racconto? Che meno si ha più si apprezzano le cose semplici ed autentiche? Che anche una vita del tutto priva di ordine e di comodità può aprire la strada a dei veri affetti? Le letture possono essere diverse ma la risposta alla domanda scritta sul telo è solo una ed è NO.

 

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Ilaria Francesca Petta

Più di là che di qua, nel senso metaforico...ma anche letterale. Classe 1986, nasco sotto il segno dei gemelli, di cui sono una chiara rappresentazione. Senza terra sotto ai piedi, con uno spiccato senso internazionalistico, credo che l'Italia sia un Bel Paese in declino, legato ancora a un glorioso passato. Laureata in lingue e traduzione, mi sono immersa in questa odissea, chiamata giornalismo, a 26 anni..forse tardi, ma assicuro che sto recuperando in pieno. Masterizzata in Comunicazione e Media nelle Relazioni Internazionali girovago come tirocinante, al momento nella Commissione europea a Roma.

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